
Dopo alcuni anni all’estero può accadere qualcosa di difficile da descrivere: non ci si sente più del tutto stranieri, ma non si torna neppure a essere esattamente la persona che si era prima di partire.
Si costruisce una vita in un’altra lingua e, poco alla volta, quella lingua comincia a ospitare parti di noi. Diventa la lingua del lavoro, delle relazioni, della persona che abbiamo imparato a essere lontano da casa.
Poi ci sono momenti in cui le parole, pur essendo corrette, sembrano non arrivare fino in fondo. Oppure basta tornare all’italiano perché qualcosa cambi: un ricordo diventa più vicino, la voce rallenta, il corpo reagisce.
È da qui che può nascere il desiderio di una psicoterapia in italiano all’estero. Non soltanto dal bisogno di esprimersi con maggiore facilità, ma da una domanda più profonda: che cosa cambia dentro di noi quando cambia la lingua con cui raccontiamo la nostra storia?
Ogni lingua nasce dentro una relazione
La lingua non è soltanto lo strumento con cui descriviamo ciò che ci accade. È parte dell’esperienza stessa.
La lingua nella quale siamo cresciuti contiene le prime parole con cui siamo stati chiamati, consolati, rimproverati. È legata ai gesti, ai toni di voce e alle relazioni attraverso cui abbiamo imparato a comprendere noi stessi e gli altri.
Anche i ricordi possono risentirne. Le ricerche sulla memoria autobiografica nelle persone bilingui suggeriscono che la lingua utilizzata per ricordare possa influenzare ciò che emerge e il modo in cui viene vissuto emotivamente.
Non perché i ricordi siano conservati ordinatamente in una lingua o nell’altra, ma perché la lingua fa parte del contesto in cui un’esperienza ha preso forma. Una parola può quindi riportare con sé molto più del suo significato: un’atmosfera, una sensazione, il modo in cui ci siamo sentiti in presenza di qualcuno.
La lingua madre può avvicinare, ma non sempre
Parlare in italiano può permettere di ritrovare sfumature che nella seconda lingua rimangono meno definite. Alcune emozioni sembrano avere un peso diverso quando vengono nominate nella lingua in cui sono state vissute.
Ma sarebbe riduttivo considerare la lingua madre come quella più autentica e la seconda lingua come una semplice difesa.
L’italiano può essere la lingua dell’intimità e dell’appartenenza, ma anche quella delle aspettative familiari, della vergogna o di ciò da cui abbiamo avuto bisogno di allontanarci. L’inglese può farci sentire stranieri, ma può anche essere la lingua nella quale abbiamo imparato a mettere dei confini, a occupare uno spazio o a immaginare possibilità nuove.
Ogni lingua può avvicinare alcune parti dell’esperienza e mantenerne altre a distanza.
Quando la distanza protegge
La distanza emotiva offerta dalla seconda lingua non è necessariamente un ostacolo. A volte rende possibile parlare di qualcosa che, nella lingua madre, è ancora troppo vicino.
Dire I was frightened può essere più tollerabile che dire “avevo paura”. Non perché la frase inglese sia meno vera, ma perché permette di avvicinare l’esperienza senza esserne immediatamente travolti.
Questo è particolarmente importante quando si lavora con vissuti traumatici. Entrare rapidamente in contatto con emozioni molto intense non rende necessariamente il lavoro più profondo. Prima può essere necessario trovare una distanza che permetta di sentire, pensare e restare presenti nello stesso momento.
La protezione, quindi, non va eliminata automaticamente. Occorre comprenderne la funzione: da che cosa ci protegge, che cosa ci permette di esprimere e se è ancora necessaria nello stesso modo.
Vivere tra due lingue
Cambiare Paese non significa soltanto cambiare luogo. Cambiano i ruoli, le relazioni e il modo in cui ci percepiamo.
Possiamo sentirci più sicuri nella lingua della vita costruita all’estero e più vulnerabili quando torniamo a parlare italiano. Oppure possiamo avere la sensazione che una parte importante di noi rimanga invisibile quando cerchiamo di raccontarla in inglese.
Non significa che una versione sia vera e l’altra falsa. Le diverse lingue possono richiamare modi differenti di sentirci e di stare in relazione.
La vita migratoria ci chiede spesso di tenere insieme la persona che eravamo, quella che siamo diventati e quella che stiamo ancora cercando di conoscere. Non sempre queste parti riescono a incontrarsi, anche quando appartengono tutte alla stessa storia.
Quando la lingua cambia in terapia
Durante una terapia bilingue può accadere di passare spontaneamente da una lingua all’altra. Questo fenomeno viene chiamato code-switching.
Non ogni cambio di lingua possiede un significato nascosto. In alcuni momenti, però, il passaggio avviene proprio quando ci si avvicina a un ricordo, a un’emozione o a una relazione particolare.
Nel mio lavoro non considero questi cambi né errori da correggere né segnali da interpretare automaticamente. Possono diventare qualcosa da osservare insieme: che cosa è cambiato in quel momento? Una lingua ha reso l’esperienza più vicina? L’altra ha permesso di recuperare una distanza necessaria?
Anche il modo in cui una parola viene pronunciata, le pause e ciò che accade nel corpo possono aiutarci a comprendere il movimento tra vicinanza e protezione.
Condividere la lingua e alcuni riferimenti culturali può creare un senso immediato di familiarità. Ma non significa presumere che le stesse parole abbiano per tutti lo stesso significato. La relazione terapeutica si costruisce proprio nella possibilità di scoprirlo.
In quale lingua iniziare?
Non esiste una lingua migliore in assoluto per la terapia.
Per alcune persone è importante parlare in italiano. Altre si sentono inizialmente più libere in inglese. Altre ancora hanno bisogno di poter passare da una lingua all’altra, seguendo ciò che emerge.
Non è necessario scegliere prima di cominciare. La lingua più adatta può cambiare durante il percorso: una può aiutare ad avvicinare un’esperienza, l’altra a trovare lo spazio necessario per poterla pensare.
Una psicoterapia bilingue può accogliere questo movimento senza decidere quale lingua racconti la parte più vera di noi. Il lavoro consiste piuttosto nel comprendere ciò che ciascuna rende possibile e nel creare un luogo in cui le diverse parti della nostra esperienza possano finalmente incontrarsi.
Se vivi all’estero e desideri iniziare un percorso in italiano, o avere la possibilità di utilizzare anche l’inglese, puoi contattarmi per una call introduttiva gratuita di 10–15 minuti.
Per approfondire
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Annette Byford, Lost and Gained in Translation: The Impact of Bilingual Clients’ Choice of Language in Psychotherapy, British Journal of Psychotherapy, 2015.
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Daria Diakonova-Curtis, Bilingualism as a Tool in Psychotherapy, 2016.
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Viorica Marian e Margarita Kaushanskaya, Words, Feelings, and Bilingualism: Cross-Linguistic Differences in Emotionality of Autobiographical Memories, The Mental Lexicon, 2008.
