
Identità e appartenenza quando si vive tra due Paesi
A un certo punto succede qualcosa di strano.
Torni in Italia e riconosci tutto.
Il rumore delle tazzine al bar. Le conversazioni che si sovrappongono. Il modo in cui le persone occupano lo spazio, chiedono, protestano, si avvicinano. Ci sono cose che il corpo riconosce prima ancora che tu abbia il tempo di pensarle.
Eppure, dopo qualche giorno, può arrivare una sensazione difficile da spiegare.
Sei a casa.
Ma non completamente.
In terapia la sento raccontare spesso da persone che vivono all’estero da molti anni. A volte con nostalgia, altre volte quasi con imbarazzo: “Quando sono a Londra mi manca l’Italia. Poi torno in Italia e dopo un po’ mi manca Londra. Non capisco più dove sia casa.”
Forse perché, quando viviamo a lungo altrove, non cambia soltanto il luogo in cui abitiamo.
Cambiamo anche noi.
Quando vivere all’estero cambia il modo in cui ci vediamo
La partenza ha una data.
Ci ricordiamo il primo lavoro, la prima casa, la fatica con la lingua, magari la solitudine dei primi mesi. All’inizio le differenze sono evidenti: osserviamo gli altri, impariamo le regole, facciamo confronti continuamente.
Poi qualcosa comincia a diventare normale.
Smettiamo di tradurre mentalmente. Impariamo modi diversi di lavorare, di fare amicizia, di rispettare lo spazio dell’altro, di affrontare un conflitto. Alcune cose che inizialmente ci sembravano fredde diventano libertà; altre che ci sembravano efficienti cominciano a sembrarci distanti.
Non ci adattiamo soltanto a una cultura.
Incorporiamo parti di essa.
E spesso ce ne accorgiamo davvero soltanto quando torniamo.
La ricerca sull’identità interculturale descrive proprio questa possibilità: vivere a lungo tra culture differenti può produrre un senso di sé più complesso, nel quale appartenenze diverse coesistono senza necessariamente fondersi in un’unica identità semplice.
Tornare non significa tornare indietro
C’è una fantasia comprensibile nel ritorno: l’idea che, tornando nel luogo da cui siamo partiti, ritroveremo anche una parte di noi rimasta lì.
Ma mentre eravamo via le persone sono cambiate. Le relazioni hanno trovato nuovi equilibri. E soprattutto siamo cambiati noi.
Alcune abitudini che prima non vedevamo ora ci saltano agli occhi. Modi di vivere che avevamo sempre considerato naturali diventano improvvisamente culturali.
È uno degli aspetti più strani della migrazione: serve uscire da una cultura per cominciare davvero a vederla.
Così il ritorno può contenere contemporaneamente sollievo e irritazione, familiarità ed estraneità.
Non è necessariamente un segnale che abbiamo fatto la scelta sbagliata.
Gli studi sul rientro dopo lunghi periodi all’estero parlano infatti di readjustment o “reverse culture shock”: possiamo aver bisogno di riadattarci perfino al luogo che continuiamo a chiamare casa.
Il lutto delle vite che non possiamo vivere insieme
C’è poi una parte meno visibile.
Vivere tra due Paesi significa spesso sapere che, qualunque scelta facciamo, qualcosa rimarrà dall’altra parte.
Se restiamo, perdiamo pezzi della quotidianità delle persone che amiamo. I genitori invecchiano, i nipoti crescono, gli amici costruiscono vite alle quali partecipiamo per frammenti.
Se torniamo, possiamo lasciare indietro una libertà, una professione, relazioni o una versione di noi che proprio altrove aveva trovato spazio.
Per questo certe decisioni diventano così difficili.
Continuiamo a cercare la scelta che non comporti una perdita.
Ma forse quella scelta non esiste.
A volte la domanda più dolorosa non è “Dove starei meglio?”.
È:
“Quale parte della mia vita sono disposto a non avere, per poter avere l’altra?”
Ed è una domanda alla quale nessun elenco di pro e contro riesce davvero a rispondere.
Anche la lingua cambia qualcosa di noi
Chi vive a lungo in un’altra lingua spesso racconta un’esperienza curiosa: non si sente esattamente la stessa persona nelle due lingue.
Ci sono cose che vengono più facilmente in italiano. Altre che sembrano più semplici da dire in inglese.
Non perché una delle due versioni sia falsa.
Ogni lingua porta con sé relazioni, contesti, ricordi e modi diversi di stare nel mondo.
La lingua dell’infanzia può contenere una densità emotiva particolare. Quella acquisita da adulti può essere invece la lingua dell’indipendenza, del lavoro, della vita costruita lontano.
Forse per questo, quando lavoriamo psicologicamente in una lingua o nell’altra, non stiamo semplicemente traducendo parole.
Stiamo entrando in paesaggi emotivi leggermente diversi.
Non appartenere completamente può diventare anche una libertà
Parlando di migrazione si insiste spesso sulla perdita: nostalgia, solitudine, sradicamento.
Sono esperienze reali. Ma non raccontano tutto.
Vivere tra culture diverse può rendere meno ovvio ciò che prima sembrava naturale. Possiamo scegliere con maggiore libertà quali aspetti della cultura da cui veniamo vogliamo conservare e quali, invece, non ci rappresentano più.
Possiamo prendere qualcosa da entrambi i mondi.
A volte questa posizione produce la sensazione di appartenere ovunque e da nessuna parte, un tema che ricorre anche negli studi sull’identità cross-culturale. Ma quella stessa posizione può diventare una prospettiva privilegiata: non essere completamente dentro una sola cultura permette anche di guardarle entrambe da una certa distanza.
Il problema nasce forse quando continuiamo a pretendere da noi stessi un’appartenenza pura.
Sono ancora veramente italiano?
Londra è casa mia o è soltanto il posto dove vivo?
Se torno, sto fallendo?
Se rimango, sto abbandonando qualcosa?
Come se dovessimo finalmente scegliere una definizione capace di mettere ordine.
Ma forse alcune identità non hanno bisogno di essere risolte.
Hanno bisogno di essere abitate.
Forse “casa” smette di essere soltanto un luogo
Nel lavoro con chi vive lontano dal proprio Paese, trovo spesso più interessante non cercare subito una risposta alla domanda “Dove dovrei vivere?”.
Prima può essere utile capire che cosa stiamo chiamando casa.
Casa può essere vicinanza alla famiglia. Una lingua in cui non dobbiamo pensarci. La possibilità di essere spontanei. Un certo ritmo della vita. Il luogo in cui ci sentiamo professionalmente riconosciuti. Le persone con cui abbiamo costruito una quotidianità. Il posto in cui immaginiamo crescere i nostri figli.
E difficilmente tutte queste cose si trovano nello stesso luogo.
Forse diventare adulti tra due Paesi significa anche rinunciare lentamente all’idea che esista un posto capace di contenerle tutte.
Non per accontentarsi.
Ma per costruire un senso di appartenenza meno geografico e più personale.
Quali parti di me sono diventate possibili qui?
Quali parti di me sento di ritrovare quando torno?
Che cosa non vorrei perdere dell’una e dell’altra cultura?
E soprattutto: quale vita assomiglia maggiormente alla persona che sono diventato, non soltanto a quella che ero quando sono partito?
Forse, dopo molti anni all’estero, casa non è più esattamente il luogo da cui veniamo.
E nemmeno soltanto quello in cui siamo arrivati.
Può diventare qualcosa che abbiamo costruito nel mezzo: fatto di lingue, relazioni, abitudini e pezzi di mondi diversi.
Un luogo che, prima di esistere sulla mappa, ha cominciato lentamente a esistere dentro di noi.
