
Ci sono persone che arrivano in terapia con una strana difficoltà nel parlare di autostima.
Non si considerano incapaci. Sanno di aver costruito molto nella loro vita, spesso sono competenti, responsabili, apprezzate. Se chiedessi loro di elencare le proprie qualità, probabilmente saprebbero farlo.
Eppure basta poco perché tutto questo perda improvvisamente consistenza.
Un commento del capo. Una persona che non risponde come previsto. Qualcuno che sembra meno entusiasta del solito. Un errore piccolo, magari irrilevante per chiunque altro.
È come se, per qualche ora, tutte le prove accumulate a favore di sé smettessero di essere valide.
Questa è una delle forme dell’autostima che trovo più interessanti: non pensare necessariamente di valere poco, ma avere la sensazione che il proprio valore debba essere continuamente riconfermato.
Quando il valore è sempre provvisorio
A prima vista può sembrare quasi un paradosso. Come posso sapere di essere competente e sentirmi, allo stesso tempo, così facilmente inadeguato?
Forse perché sapere di avere delle qualità e sentirsi sufficientemente solidi nel proprio valore non sono esattamente la stessa cosa.
Possiamo aver costruito un’immagine di noi realistica e persino positiva, ma aver imparato, più profondamente, che quella posizione va mantenuta: devo fare bene, essere interessante, non deludere, essere desiderabile, rendermi utile, non sbagliare troppo.
Il valore allora non manca. È condizionato.
Finché le condizioni sono rispettate ci sentiamo abbastanza tranquilli. Quando qualcosa le mette in discussione, anche per poco, non pensiamo semplicemente: “Ho sbagliato”. È molto facile scivolare verso qualcosa di più personale:
Forse non sono così bravo come pensavo.
Forse si sono accorti che non sono abbastanza.
Forse non merito davvero il posto che occupo.
In questo tipo di funzionamento il problema non è l’assenza di successi. Anzi, spesso ce ne sono molti. Il problema è che i successi hanno una memoria sorprendentemente breve, mentre gli errori sembrano avere un talento particolare per restare.
Il traguardo che continua a spostarsi
È anche per questo che alcune persone fanno moltissimo e riescono a godere pochissimo di ciò che fanno.
Un risultato importante dà sollievo, a volte soddisfazione, ma dura poco. Dopo qualche giorno diventa semplicemente ciò che era necessario fare. Il livello atteso si sposta appena più avanti.
Quello che ieri sembrava difficile oggi è il minimo.
E così si continua.
Da fuori può assomigliare ad ambizione. E naturalmente l’ambizione può esserci. Ma c’è una differenza tra desiderare di fare bene e avere bisogno di fare bene per riuscire a stare bene con se stessi.
La seconda condizione rende ogni prova molto più costosa.
Non si sta semplicemente preparando una presentazione, si sta proteggendo qualcosa di sé. Non si sta soltanto affrontando una critica, si sta rischiando di perdere una certa immagine personale. Non si sta semplicemente deludendo qualcuno: si sente, per qualche motivo, che quella delusione dice qualcosa sul proprio valore.
La ricerca sul perfezionismo descrive bene questo intreccio: quando la stima di sé è troppo dipendente dal raggiungere standard elevati, l’errore smette di essere soltanto un’informazione e può diventare un verdetto.
E vivere continuamente in attesa di un verdetto è estenuante.
Forse il punto non è imparare a stimarsi di più
Quando qualcuno mi dice: “Ma io so di valere”, tendo a credergli.
Non penso che dietro ogni insicurezza ci sia necessariamente una persona che, in fondo, non si ama. A volte il problema non è avere un’opinione negativa di sé. È avere un rapporto con se stessi che diventa molto più fragile proprio nei momenti in cui servirebbe di più.
Quando sbagliamo. Quando qualcuno preferisce un’altra persona. Quando facciamo qualcosa di mediocre. Quando siamo confusi, bisognosi, gelosi, stanchi. Quando scopriamo una parte di noi che non corrisponde all’immagine che abbiamo faticosamente costruito.
Forse l’autostima si vede meno quando tutto va bene e molto di più nel modo in cui ci trattiamo quando non ci piacciamo particolarmente.
È una differenza sottile.
Possiamo cercare per tutta la vita di diventare una versione di noi sufficientemente buona da non essere più criticabile. Oppure, lentamente, costruire la capacità di non abbandonarci ogni volta che scopriamo di essere imperfetti.
La seconda strada è meno spettacolare. Ma probabilmente è anche più solida.
Restare dalla propria parte
Questo non significa assolversi da tutto, né smettere di interrogarsi. Una buona relazione con se stessi non consiste nel pensare di avere sempre ragione.
Significa poter guardare anche ciò che non ci piace senza trasformarlo immediatamente in una condanna.
Ho fatto una scelta sbagliata può rimanere una frase sulla scelta, invece di diventare sono incapace di scegliere.
Questa persona non mi vuole non deve necessariamente trasformarsi in non sono desiderabile.
Oggi non sono stato brillante può restare un giorno poco brillante, senza dover mettere sotto processo l’intera identità.
In terapia trovo spesso interessante osservare proprio questo passaggio: quanto velocemente un’esperienza circoscritta diventa una definizione globale di sé.
A volte accade così rapidamente che quasi non ce ne accorgiamo.
Cosa può cambiare, concretamente?
Forse non serve aggiungere nuove prove alla lista delle ragioni per cui dovremmo valere. Se quella lista esiste già e non basta, continuare ad allungarla rischia di lasciare intatto il problema.
Può essere più utile cominciare a riconoscere le condizioni invisibili che abbiamo messo al nostro diritto di sentirci abbastanza.
Provare a completare, anche solo mentalmente, alcune frasi può essere sorprendente:
Posso sentirmi tranquillo con me stesso finché…
Se gli altri scoprissero che sono anche…, sarebbe difficile per me.
Quando sbaglio, la cosa che temo davvero è…
Per sentirmi una persona di valore ho bisogno di essere…
Non servono risposte perfette. Serve cominciare a vedere il contratto.
Poi c’è un secondo movimento, più difficile: fare qualche piccola esperienza in cui quel contratto non viene rispettato e osservare cosa succede.
Lasciare una cosa semplicemente “abbastanza buona”. Ricevere un complimento senza spiegare immediatamente perché non è del tutto meritato. Non correggere ogni impressione che qualcuno può avere di noi. Fare qualcosa in cui non siamo particolarmente bravi. Ammettere di avere bisogno.
Non perché queste azioni aumentino magicamente l’autostima.
Ma perché permettono di verificare, poco alla volta, una possibilità nuova: che il nostro valore possa sopravvivere anche quando non stiamo facendo nulla per dimostrarlo.
Diventare un po’ più grandi della propria immagine
Forse è questo il passaggio che mi interessa di più.
Una parte della sofferenza legata all’autostima nasce dal tentativo di coincidere sempre con una certa versione di noi: quella competente, generosa, forte, desiderabile, intelligente, indipendente.
Ma una persona è inevitabilmente più contraddittoria della propria migliore definizione.
Possiamo essere capaci e sbagliare. Generosi ed essere egoisti qualche volta. Forti e avere bisogno. Intelligenti e fare una scelta sciocca. Sicuri in un luogo e vulnerabili in un altro.
Forse diventare più solidi non significa eliminare queste contraddizioni.
Significa avere abbastanza spazio dentro di sé da contenerle.
E allora il contrario del sentirsi inadeguati non è necessariamente sentirsi eccezionali.
È poter essere, ogni tanto, semplicemente umani.
Forse una buona autostima comincia proprio lì: non quando riusciamo finalmente a raccogliere abbastanza prove del nostro valore, ma quando non abbiamo più bisogno di presentarle continuamente, nemmeno a noi stessi.
