Capire tutto di sé e continuare a stare male: perché la consapevolezza non basta a cambiare

by Romina Rubino

 

Sai che non hai bisogno di giustificarti.

Hai capito perché il giudizio degli altri ti mette così in difficoltà. Hai riconosciuto da dove arriva quel bisogno di spiegarti, rassicurare, controllare che nessuno sia arrabbiato con te.

Poi qualcuno cambia tono.

E ti ritrovi di nuovo a spiegarti.

È una delle esperienze più spiazzanti della consapevolezza: vedere con chiarezza da dove nasce qualcosa dentro di noi e accorgerci, subito dopo, che quella chiarezza non basta ancora a farlo andare via.

Perché capire non basta a cambiare?

Tendiamo a pensare che, una volta capito da dove nasce un comportamento, dovremmo riuscire semplicemente a smettere di metterlo in atto.

Ma molte delle cose che abbiamo imparato sulle relazioni non le abbiamo imparate attraverso un ragionamento.

Le abbiamo imparate vivendo.

Abbiamo imparato quanto possiamo chiedere, quando è meglio tacere, cosa può succedere se deludiamo qualcuno, quanto dobbiamo essere bravi per sentirci tranquilli e se mostrare un bisogno ci avvicina all’altro oppure rischia di allontanarlo.

Sono apprendimenti che diventano aspettative, modi di stare con gli altri, risposte che possono attivarsi molto rapidamente.

Per questo posso sapere perfettamente che oggi una situazione è diversa e, nello stesso momento, sentirmi come se non lo fosse affatto.

Perché continuiamo a ripetere gli stessi schemi?

Spesso ciò che oggi ci crea difficoltà non nasce come qualcosa di disfunzionale.

Può essere stato, in un certo momento della nostra storia, un modo intelligente di adattarci.

Essere molto attenti all’umore degli altri può averci aiutato in una relazione imprevedibile. Non chiedere troppo può aver protetto dal rifiuto. Fare sempre bene può averci dato una sensazione di sicurezza o di valore.

Il problema non è che abbiamo imparato quelle strategie.

È che a volte continuano ad attivarsi molto tempo dopo, anche quando la situazione è cambiata.

Così possiamo ripetere gli stessi schemi pur sapendo perfettamente di farlo.

Ed è proprio questo che spesso rende tutto ancora più frustrante: alla difficoltà iniziale si aggiunge il giudizio verso se stessi.

“Possibile che, dopo tutto quello che ho capito, io sia ancora qui?”

A volte anche capire può diventare una difesa

C’è poi qualcosa di più sottile.

A volte diventiamo molto bravi a comprenderci.

Riconosciamo gli schemi, ricostruiamo l’infanzia, sappiamo spiegare perché scegliamo certe relazioni. A volte sappiamo persino anticipare ciò che direbbe il terapeuta.

Eppure continuiamo a osservare noi stessi da una posizione leggermente esterna.

Sappiamo di avere paura, ma è più difficile accorgerci di cosa succede mentre quella paura arriva.

Sappiamo di cercare approvazione, ma è molto più difficile tollerare il momento in cui decidiamo di non cercarla.

Sappiamo che dovremmo mettere un confine, ma quando finalmente lo mettiamo ci sentiamo in colpa.

In questi casi la comprensione non è falsa né inutile.

Ma può diventare un modo molto sofisticato per mantenere una certa distanza da ciò che sentiamo.

Non si tratta allora di capire ancora meglio.

Si tratta di avvicinarsi a ciò che accade proprio nel momento in cui proviamo a fare qualcosa di diverso.

Il cambiamento non avviene soltanto attraverso le parole

Una psicoterapia può certamente aiutarci a dare significato alla nostra storia. Ma il lavoro non finisce necessariamente quando abbiamo trovato una spiegazione convincente.

Nella Psicoanalisi della Relazione, per esempio, alcuni modi di stare con l’altro possono diventare visibili mentre prendono forma nella relazione terapeutica.

A volte emergono nelle parole.

Altre volte in un silenzio che diventa improvvisamente difficile, nel bisogno di rassicurare l’altro, nella paura di deluderlo, nel corpo che si tende prima ancora di sapere perché.

Quando alcune reazioni sono legate a esperienze traumatiche, può essere utile lavorare anche sui modi in cui quelle esperienze continuano a riattivarsi nel presente, integrando quando necessario strumenti specifici come l’EMDR.

Il punto non è sostituire una spiegazione con una tecnica.

È permettere a qualcosa che conosciamo già mentalmente di diventare, progressivamente, anche un’esperienza diversa.

Mettere un confine e restare lì mentre arriva il senso di colpa.

Non riempire immediatamente un silenzio.

Chiedere qualcosa senza sapere quale sarà la risposta.

Smettere, almeno per un momento, di dimostrare il proprio valore.

È spesso in questi piccoli passaggi che cominciamo a scoprire che ciò che abbiamo sempre fatto non è l’unica possibilità.

Sapere da dove viene non significa che sia già finito

Forse quindi la domanda non è:

“Perché continuo a comportarmi così, se ho già capito tutto?”

A volte sappiamo già molto bene perché.

La domanda più interessante può diventare:

“Che cosa succede dentro di me quando provo davvero a fare diversamente?”

L’ansia che sale. Il senso di colpa. Il bisogno di tornare indietro. La sensazione di essere egoisti, freddi, sbagliati o semplicemente diversi da come ci siamo sempre conosciuti.

È proprio lì che possiamo incontrare ciò che fino a quel momento avevamo soprattutto compreso.

E, lentamente, un vecchio modo di proteggerci può smettere di essere l’unica possibilità.

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