
“Però io ho avuto un’infanzia normale.”
È una frase che sento spesso in terapia.
Non ci sono abusi da raccontare. Nessun episodio terribile che abbia diviso la vita in un prima e un dopo.
I genitori c’erano, si occupavano delle cose importanti. Si andava a scuola, si facevano le vacanze, magari ci si voleva anche molto bene.
Poi, continuando a parlare, emergono altre cose.
Da bambino cercavi di capire dall’espressione di un genitore che aria tirava prima ancora di entrare in una stanza.
Quando eri triste preferivi non dirlo, perché c’erano già abbastanza problemi. Se qualcuno si arrabbiava con te, sentivi di aver fatto qualcosa di terribile.
Essere bravo, autonomo, poco impegnativo era diventato quasi naturale.
E allora arriva la domanda:
“Ma questo può davvero essere un trauma? Non mi è successo niente di così grave.”
A volte il punto è proprio qui.
Il trauma non ha sempre la forma di un evento
Quando pensiamo al trauma immaginiamo facilmente qualcosa che accade: un incidente, una violenza, una perdita improvvisa, una situazione in cui la paura è evidente.
Esistono però esperienze che non hanno un giorno preciso da segnare sul calendario. Prendono forma lentamente, dentro le relazioni. Non sempre attraverso ciò che qualcuno ha fatto. A volte anche attraverso ciò che, ripetutamente, non è potuto accadere.
Non essere consolati quando si aveva paura.
Non sapere quale versione dell’altro si sarebbe incontrata.
Sentire che alcune emozioni erano troppo, che certi bisogni creavano problemi, che per mantenere il legame fosse più sicuro adattarsi. Quando questo accade in modo ripetuto, soprattutto nelle relazioni da cui dipendiamo, può modificare profondamente il modo in cui impariamo a stare con noi stessi e con gli altri.
È in questo senso che parliamo di trauma relazionale.
A volte è più facile ricordare ciò che è successo che ciò che è mancato
C’è una particolare difficoltà nel riconoscere queste esperienze. Un’assenza non lascia sempre un’immagine.
È più facile ricordare una porta sbattuta che tutte le volte in cui nessuno si è accorto che avevi paura.
È più facile raccontare una lite che descrivere anni trascorsi a cercare di non disturbare.
E può essere ancora più difficile quando insieme alla sofferenza ci sono stati affetto, protezione, momenti belli.
Le storie non sono mai completamente buone o completamente cattive.
Si può essere stati amati e, allo stesso tempo, essere cresciuti in una relazione nella quale alcuni bisogni non trovavano spazio.
Si può comprendere profondamente la fragilità di un genitore e riconoscere comunque ciò che quella fragilità ha richiesto a noi.
Una cosa non cancella l’altra.
Come può manifestarsi un trauma relazionale da adulti?
Spesso non si presenta come un ricordo traumatico evidente. Può comparire invece nel modo in cui entriamo nelle relazioni.
Nell’accorgersi immediatamente di una minima variazione nel tono dell’altro.
Nel sentirsi responsabili del suo umore.
Nel disagio che arriva quando abbiamo bisogno di qualcosa.
Nella difficoltà a credere davvero che qualcuno possa restare anche quando siamo arrabbiati, fragili, delusi o semplicemente non accomodanti.
A volte compare nel corpo: una tensione improvvisa, un senso di allarme difficile da spiegare, il bisogno di allontanarsi o, al contrario, di ristabilire immediatamente il contatto.
Altre volte assume una forma quasi opposta: non sentire molto, cavarsela sempre da soli, accorgersi di avere avuto bisogno di qualcuno soltanto quando quel bisogno è ormai passato.
Non sono prove, prese singolarmente, dell’esistenza di un trauma. Sono esperienze che acquistano significato solo dentro una storia.
Non tutto è trauma
Credo sia importante dirlo.
Non ogni frustrazione infantile è traumatica. Nessun genitore può essere sempre disponibile, perfettamente sintonizzato o capace di rispondere a ogni bisogno.
Crescere significa anche incontrare limiti, incomprensioni e delusioni.
La questione non è cercare retrospettivamente ciò che i nostri genitori hanno “sbagliato”.
È chiedersi che cosa sia accaduto quando certe esperienze sono diventate ripetute, pervasive e difficili da elaborare senza l’aiuto di qualcuno.
E soprattutto: che cosa abbiamo dovuto imparare a fare per restare sufficientemente al sicuro dentro quelle relazioni?
Questa, nel lavoro sul trauma, è spesso una domanda molto più interessante di: “È stato abbastanza grave?”
Il bambino non pensa: “mi sto adattando”
Si adatta. Se l’ambiente è imprevedibile, diventa bravo a prevedere.
Se mostrare rabbia mette in pericolo il legame, può imparare a non sentirla.
Se essere vulnerabile non porta conforto, l’autonomia può diventare una necessità molto prima di essere una scelta.
Se l’amore sembra dipendere dall’essere bravi, utili o facili da gestire, quella può diventare la lingua attraverso cui si cerca valore anche molti anni dopo.
Queste risposte hanno spesso una loro intelligenza.
Non sono difetti di carattere.
Sono modi in cui mente, corpo e relazione hanno cercato una forma di equilibrio possibile.
E in terapia, da dove si comincia?
Non necessariamente dal cercare il trauma.
E certamente non dal convincere qualcuno che la propria infanzia sia stata peggiore di quanto pensasse.
A volte si comincia dal presente.
Da una reazione che sembra troppo intensa.
Da quel senso di colpa che arriva ogni volta che si mette un limite.
Dalla difficoltà a fidarsi proprio quando una relazione diventa importante.
Da un corpo che entra in allerta senza che la mente sappia ancora spiegare perché.
Nel lavoro terapeutico queste esperienze possono essere osservate con attenzione, senza forzarle dentro una spiegazione già pronta.
La relazione terapeutica permette spesso di vedere dal vivo qualcosa che nella storia è difficile raccontare: quanto sia complicato avere bisogno, lasciarsi aiutare, essere in disaccordo senza temere di perdere l’altro.
Quando sono presenti memorie traumatiche o risposte che continuano a riattivarsi nel presente, il lavoro può integrare anche strumenti specifici come l’EMDR, l’attenzione al corpo e il lavoro con le parti di sé.
Non per trovare a tutti i costi qualcosa di traumatico nel passato.
Ma per comprendere meglio ciò che nel presente continua a chiedere protezione.
Forse la domanda non è quanto sia stato grave
Molte persone arrivano a lungo a confrontare la propria storia con quella di qualcuno che ha sofferto di più.
“Non sono stato picchiato.”
“Non mi è mai mancato nulla.”
“I miei genitori hanno fatto del loro meglio.”
Tutto questo può essere vero. Ma il dolore non viene misurato per confronto.
E riconoscere ciò che ci è mancato non significa accusare qualcuno, né riscrivere la propria infanzia come se fosse stata soltanto dolorosa.
Significa poter guardare con più precisione ciò che abbiamo dovuto imparare molto presto.
Forse allora la domanda può cambiare. Non più:
“È successo qualcosa di abbastanza grave da poterlo chiamare trauma?”
Ma:
“Che cosa ho imparato sulle relazioni, su me stesso e sulla sicurezza mentre crescevo lì dentro?”
A volte è da questa domanda che una storia apparentemente “normale” comincia finalmente a raccontare anche ciò che, fino a quel momento, era rimasto senza parole.
