
Il lutto per un animale domestico e il bisogno di dare spazio a ciò che abbiamo perduto.
La prima volta che rientri a casa, lo sai già.
Eppure una parte di te aspetta ancora. Un rumore, un movimento, quella presenza che per anni ha accompagnato il gesto di aprire la porta.
Poi arriva il silenzio.
La morte di un cane o di un gatto può rendere improvvisamente estranei luoghi che conosciamo benissimo. Tutto è al suo posto, ma qualcosa è cambiato in ogni cosa.
E mentre cerchiamo di capire come stare in questa assenza, può affacciarsi un pensiero: «Non dovrei soffrire così tanto».
È una delle fatiche del lutto per un animale: ritrovarsi a giudicare il dolore proprio quando avremmo bisogno di poterlo sentire.
Il posto che occupava
Un legame si costruisce anche attraverso cose apparentemente piccole.
Il modo in cui ci si cerca. Gli orari che diventano abitudini. La capacità di riconoscere un bisogno da un movimento. Quella particolare forma di compagnia che permette di stare insieme senza dover trovare qualcosa da dire.
A poco a poco, una presenza entra nell’organizzazione delle nostre giornate e nel nostro modo di sentirci a casa.
Quando viene a mancare, perdiamo anche una quotidianità condivisa. Ci sono gesti che non sappiamo più dove mettere, attenzioni che continuano a cercare il loro destinatario.
Forse una parte dello smarrimento nasce proprio qui: la relazione aveva un posto molto concreto nella nostra vita, mentre il mondo intorno sembra aspettarsi che quel posto si liberi in fretta.
«Puoi prenderne un altro.»
Ma ciò che manca ha una storia precisa. Non basta che qualcuno torni a occupare lo stesso angolo del divano.
Quando al dolore si aggiunge la vergogna
Le ricerche sul lutto per animali descrivono spesso un’esperienza di scarso riconoscimento sociale: chi soffre può sentirsi poco compreso, imbarazzato, solo. È ciò che viene chiamato lutto non riconosciuto.
A volte questo sguardo diventa il nostro.
Ci confrontiamo con chi ha subito perdite che consideriamo più gravi. Ci diciamo che dovremmo essere ragionevoli. Smettiamo di parlarne, perché abbiamo la sensazione di aver già occupato abbastanza spazio.
E così, oltre alla mancanza, dobbiamo gestire anche il timore che quella mancanza dica qualcosa di sbagliato su di noi.
Nel mio modo di intendere la psicoterapia, comprendere un dolore significa avvicinarsi al legame dentro cui è nato. Chiedersi che cosa rappresentava quella presenza, quale parte della nostra vita teneva insieme.
La domanda «È giusto stare così male?» può allora lasciare spazio a un’altra: «Che cosa ho perduto, insieme a lui?».
Quanto tempo serve per elaborare il lutto?
È comprensibile volerlo sapere. Quando soffriamo, desideriamo almeno intravedere una fine.
Ma il lutto non segue una successione obbligatoria di fasi. Possiamo alternare momenti in cui la perdita occupa quasi tutto e momenti in cui torniamo a interessarci alla vita quotidiana. Il modello del processo duale di Stroebe e Schut descrive proprio questa oscillazione, che comprende anche il bisogno di prendere fiato dal dolore.
Può capitare di ridere e sentirsi subito in colpa. Oppure di stare meglio per qualche giorno e pensare di essere tornati al punto di partenza perché una fotografia ci fa piangere.
Forse possiamo evitare di trasformare anche il lutto in una prova da superare bene.
Dare tempo alla perdita significa concedersi di incontrarla in modi diversi. A volte parlandone. A volte conservando un oggetto. Altre volte uscendo, lavorando, pensando ad altro.
Se la sofferenza diventa ingestibile o rende molto difficile la vita quotidiana, cercare sostegno può offrire uno spazio in cui non dover affrontare tutto da soli.
Se stare meglio sembrasse un tradimento
C’è una domanda più silenziosa che può accompagnare il lutto: se smetto di soffrire così, che cosa resta di noi?
Come se il dolore fosse diventato l’ultimo luogo in cui il legame è ancora vivo. E lasciarlo cambiare significasse perdere di nuovo.
Forse è qui che abbiamo bisogno di particolare delicatezza.
Una relazione ha lasciato tracce anche fuori dalla sofferenza: nei ricordi, nelle abitudini, nella tenerezza che abbiamo scoperto di saper provare. Nel modo in cui quell’incontro ci ha cambiati.
Non dobbiamo decidere subito che cosa fare di tutto questo.
Può arrivare un giorno in cui raccontiamo una sua abitudine e ci viene da sorridere prima che da piangere. La mancanza c’è ancora, ma accanto trova posto qualcosa della vita vissuta insieme.
Quella vita merita di essere ricordata anche per ciò che è stata.
Non soltanto per quanto ci è costato perderla.
Letture per approfondire
A volte un libro può offrire parole a un’esperienza che facciamo fatica a raccontare. Queste due letture possono accompagnare la riflessione sulla perdita e sullo spazio che il dolore ha bisogno di trovare.
Pier Luigi Gallucci — Il dolore negato. Affrontare il lutto per la morte di un animale domestico
Un breve saggio dedicato a una perdita ancora spesso sottovalutata. Aiuta a riconoscere il significato del legame con un animale e la sofferenza che può accompagnarne la morte, soprattutto quando chi ci circonda fatica a comprenderla.
Megan Devine — Va bene essere tristi. Affrontare il dolore e il lutto in un mondo che non capisce
Una riflessione sul lutto e sulla pressione a stare meglio, spesso troppo presto. Offre uno sguardo rispettoso sull’esperienza di chi resta e spunti anche per chi desidera essergli vicino, senza affrettarsi a consolare o trovare una soluzione.
