Romina Rubino
Relational psychotherapy for trauma, self-esteem and deeper self-understanding
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Dopo anni all’estero, casa dov’è?

by Romina Rubino 28/08/2026
written by Romina Rubino

Identità e appartenenza quando si vive tra due Paesi

A un certo punto succede qualcosa di strano.

Torni in Italia e riconosci tutto.

Il rumore delle tazzine al bar. Le conversazioni che si sovrappongono. Il modo in cui le persone occupano lo spazio, chiedono, protestano, si avvicinano. Ci sono cose che il corpo riconosce prima ancora che tu abbia il tempo di pensarle.

Eppure, dopo qualche giorno, può arrivare una sensazione difficile da spiegare.

Sei a casa.

Ma non completamente.

In terapia la sento raccontare spesso da persone che vivono all’estero da molti anni. A volte con nostalgia, altre volte quasi con imbarazzo: “Quando sono a Londra mi manca l’Italia. Poi torno in Italia e dopo un po’ mi manca Londra. Non capisco più dove sia casa.”

Forse perché, quando viviamo a lungo altrove, non cambia soltanto il luogo in cui abitiamo.

Cambiamo anche noi.

Quando vivere all’estero cambia il modo in cui ci vediamo

La partenza ha una data.

Ci ricordiamo il primo lavoro, la prima casa, la fatica con la lingua, magari la solitudine dei primi mesi. All’inizio le differenze sono evidenti: osserviamo gli altri, impariamo le regole, facciamo confronti continuamente.

Poi qualcosa comincia a diventare normale.

Smettiamo di tradurre mentalmente. Impariamo modi diversi di lavorare, di fare amicizia, di rispettare lo spazio dell’altro, di affrontare un conflitto. Alcune cose che inizialmente ci sembravano fredde diventano libertà; altre che ci sembravano efficienti cominciano a sembrarci distanti.

Non ci adattiamo soltanto a una cultura.

Incorporiamo parti di essa.

E spesso ce ne accorgiamo davvero soltanto quando torniamo.

La ricerca sull’identità interculturale descrive proprio questa possibilità: vivere a lungo tra culture differenti può produrre un senso di sé più complesso, nel quale appartenenze diverse coesistono senza necessariamente fondersi in un’unica identità semplice.

Tornare non significa tornare indietro

C’è una fantasia comprensibile nel ritorno: l’idea che, tornando nel luogo da cui siamo partiti, ritroveremo anche una parte di noi rimasta lì.

Ma mentre eravamo via le persone sono cambiate. Le relazioni hanno trovato nuovi equilibri. E soprattutto siamo cambiati noi.

Alcune abitudini che prima non vedevamo ora ci saltano agli occhi. Modi di vivere che avevamo sempre considerato naturali diventano improvvisamente culturali.

È uno degli aspetti più strani della migrazione: serve uscire da una cultura per cominciare davvero a vederla.

Così il ritorno può contenere contemporaneamente sollievo e irritazione, familiarità ed estraneità.

Non è necessariamente un segnale che abbiamo fatto la scelta sbagliata.

Gli studi sul rientro dopo lunghi periodi all’estero parlano infatti di readjustment o “reverse culture shock”: possiamo aver bisogno di riadattarci perfino al luogo che continuiamo a chiamare casa.

Il lutto delle vite che non possiamo vivere insieme

C’è poi una parte meno visibile.

Vivere tra due Paesi significa spesso sapere che, qualunque scelta facciamo, qualcosa rimarrà dall’altra parte.

Se restiamo, perdiamo pezzi della quotidianità delle persone che amiamo. I genitori invecchiano, i nipoti crescono, gli amici costruiscono vite alle quali partecipiamo per frammenti.

Se torniamo, possiamo lasciare indietro una libertà, una professione, relazioni o una versione di noi che proprio altrove aveva trovato spazio.

Per questo certe decisioni diventano così difficili.

Continuiamo a cercare la scelta che non comporti una perdita.

Ma forse quella scelta non esiste.

A volte la domanda più dolorosa non è “Dove starei meglio?”.

È:

“Quale parte della mia vita sono disposto a non avere, per poter avere l’altra?”

Ed è una domanda alla quale nessun elenco di pro e contro riesce davvero a rispondere.

Anche la lingua cambia qualcosa di noi

Chi vive a lungo in un’altra lingua spesso racconta un’esperienza curiosa: non si sente esattamente la stessa persona nelle due lingue.

Ci sono cose che vengono più facilmente in italiano. Altre che sembrano più semplici da dire in inglese.

Non perché una delle due versioni sia falsa.

Ogni lingua porta con sé relazioni, contesti, ricordi e modi diversi di stare nel mondo.

La lingua dell’infanzia può contenere una densità emotiva particolare. Quella acquisita da adulti può essere invece la lingua dell’indipendenza, del lavoro, della vita costruita lontano.

Forse per questo, quando lavoriamo psicologicamente in una lingua o nell’altra, non stiamo semplicemente traducendo parole.

Stiamo entrando in paesaggi emotivi leggermente diversi.

Non appartenere completamente può diventare anche una libertà

Parlando di migrazione si insiste spesso sulla perdita: nostalgia, solitudine, sradicamento.

Sono esperienze reali. Ma non raccontano tutto.

Vivere tra culture diverse può rendere meno ovvio ciò che prima sembrava naturale. Possiamo scegliere con maggiore libertà quali aspetti della cultura da cui veniamo vogliamo conservare e quali, invece, non ci rappresentano più.

Possiamo prendere qualcosa da entrambi i mondi.

A volte questa posizione produce la sensazione di appartenere ovunque e da nessuna parte, un tema che ricorre anche negli studi sull’identità cross-culturale. Ma quella stessa posizione può diventare una prospettiva privilegiata: non essere completamente dentro una sola cultura permette anche di guardarle entrambe da una certa distanza.

Il problema nasce forse quando continuiamo a pretendere da noi stessi un’appartenenza pura.

Sono ancora veramente italiano?

Londra è casa mia o è soltanto il posto dove vivo?

Se torno, sto fallendo?

Se rimango, sto abbandonando qualcosa?

Come se dovessimo finalmente scegliere una definizione capace di mettere ordine.

Ma forse alcune identità non hanno bisogno di essere risolte.

Hanno bisogno di essere abitate.

Forse “casa” smette di essere soltanto un luogo

Nel lavoro con chi vive lontano dal proprio Paese, trovo spesso più interessante non cercare subito una risposta alla domanda “Dove dovrei vivere?”.

Prima può essere utile capire che cosa stiamo chiamando casa.

Casa può essere vicinanza alla famiglia. Una lingua in cui non dobbiamo pensarci. La possibilità di essere spontanei. Un certo ritmo della vita. Il luogo in cui ci sentiamo professionalmente riconosciuti. Le persone con cui abbiamo costruito una quotidianità. Il posto in cui immaginiamo crescere i nostri figli.

E difficilmente tutte queste cose si trovano nello stesso luogo.

Forse diventare adulti tra due Paesi significa anche rinunciare lentamente all’idea che esista un posto capace di contenerle tutte.

Non per accontentarsi.

Ma per costruire un senso di appartenenza meno geografico e più personale.

Quali parti di me sono diventate possibili qui?

Quali parti di me sento di ritrovare quando torno?

Che cosa non vorrei perdere dell’una e dell’altra cultura?

E soprattutto: quale vita assomiglia maggiormente alla persona che sono diventato, non soltanto a quella che ero quando sono partito?

Forse, dopo molti anni all’estero, casa non è più esattamente il luogo da cui veniamo.

E nemmeno soltanto quello in cui siamo arrivati.

Può diventare qualcosa che abbiamo costruito nel mezzo: fatto di lingue, relazioni, abitudini e pezzi di mondi diversi.

Un luogo che, prima di esistere sulla mappa, ha cominciato lentamente a esistere dentro di noi.

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So di valere. Perché allora non mi sento mai abbastanza?

by Romina Rubino 28/08/2026
written by Romina Rubino

Ci sono persone che arrivano in terapia con una strana difficoltà nel parlare di autostima.

Non si considerano incapaci. Sanno di aver costruito molto nella loro vita, spesso sono competenti, responsabili, apprezzate. Se chiedessi loro di elencare le proprie qualità, probabilmente saprebbero farlo.

Eppure basta poco perché tutto questo perda improvvisamente consistenza.

Un commento del capo. Una persona che non risponde come previsto. Qualcuno che sembra meno entusiasta del solito. Un errore piccolo, magari irrilevante per chiunque altro.

È come se, per qualche ora, tutte le prove accumulate a favore di sé smettessero di essere valide.

Questa è una delle forme dell’autostima che trovo più interessanti: non pensare necessariamente di valere poco, ma avere la sensazione che il proprio valore debba essere continuamente riconfermato.

Quando il valore è sempre provvisorio

A prima vista può sembrare quasi un paradosso. Come posso sapere di essere competente e sentirmi, allo stesso tempo, così facilmente inadeguato?

Forse perché sapere di avere delle qualità e sentirsi sufficientemente solidi nel proprio valore non sono esattamente la stessa cosa.

Possiamo aver costruito un’immagine di noi realistica e persino positiva, ma aver imparato, più profondamente, che quella posizione va mantenuta: devo fare bene, essere interessante, non deludere, essere desiderabile, rendermi utile, non sbagliare troppo.

Il valore allora non manca. È condizionato.

Finché le condizioni sono rispettate ci sentiamo abbastanza tranquilli. Quando qualcosa le mette in discussione, anche per poco, non pensiamo semplicemente: “Ho sbagliato”. È molto facile scivolare verso qualcosa di più personale:

Forse non sono così bravo come pensavo.

Forse si sono accorti che non sono abbastanza.

Forse non merito davvero il posto che occupo.

In questo tipo di funzionamento il problema non è l’assenza di successi. Anzi, spesso ce ne sono molti. Il problema è che i successi hanno una memoria sorprendentemente breve, mentre gli errori sembrano avere un talento particolare per restare.

Il traguardo che continua a spostarsi

È anche per questo che alcune persone fanno moltissimo e riescono a godere pochissimo di ciò che fanno.

Un risultato importante dà sollievo, a volte soddisfazione, ma dura poco. Dopo qualche giorno diventa semplicemente ciò che era necessario fare. Il livello atteso si sposta appena più avanti.

Quello che ieri sembrava difficile oggi è il minimo.

E così si continua.

Da fuori può assomigliare ad ambizione. E naturalmente l’ambizione può esserci. Ma c’è una differenza tra desiderare di fare bene e avere bisogno di fare bene per riuscire a stare bene con se stessi.

La seconda condizione rende ogni prova molto più costosa.

Non si sta semplicemente preparando una presentazione, si sta proteggendo qualcosa di sé. Non si sta soltanto affrontando una critica, si sta rischiando di perdere una certa immagine personale. Non si sta semplicemente deludendo qualcuno: si sente, per qualche motivo, che quella delusione dice qualcosa sul proprio valore.

La ricerca sul perfezionismo descrive bene questo intreccio: quando la stima di sé è troppo dipendente dal raggiungere standard elevati, l’errore smette di essere soltanto un’informazione e può diventare un verdetto.

E vivere continuamente in attesa di un verdetto è estenuante.

Forse il punto non è imparare a stimarsi di più

Quando qualcuno mi dice: “Ma io so di valere”, tendo a credergli.

Non penso che dietro ogni insicurezza ci sia necessariamente una persona che, in fondo, non si ama. A volte il problema non è avere un’opinione negativa di sé. È avere un rapporto con se stessi che diventa molto più fragile proprio nei momenti in cui servirebbe di più.

Quando sbagliamo. Quando qualcuno preferisce un’altra persona. Quando facciamo qualcosa di mediocre. Quando siamo confusi, bisognosi, gelosi, stanchi. Quando scopriamo una parte di noi che non corrisponde all’immagine che abbiamo faticosamente costruito.

Forse l’autostima si vede meno quando tutto va bene e molto di più nel modo in cui ci trattiamo quando non ci piacciamo particolarmente.

È una differenza sottile.

Possiamo cercare per tutta la vita di diventare una versione di noi sufficientemente buona da non essere più criticabile. Oppure, lentamente, costruire la capacità di non abbandonarci ogni volta che scopriamo di essere imperfetti.

La seconda strada è meno spettacolare. Ma probabilmente è anche più solida.

Restare dalla propria parte

Questo non significa assolversi da tutto, né smettere di interrogarsi. Una buona relazione con se stessi non consiste nel pensare di avere sempre ragione.

Significa poter guardare anche ciò che non ci piace senza trasformarlo immediatamente in una condanna.

Ho fatto una scelta sbagliata può rimanere una frase sulla scelta, invece di diventare sono incapace di scegliere.

Questa persona non mi vuole non deve necessariamente trasformarsi in non sono desiderabile.

Oggi non sono stato brillante può restare un giorno poco brillante, senza dover mettere sotto processo l’intera identità.

In terapia trovo spesso interessante osservare proprio questo passaggio: quanto velocemente un’esperienza circoscritta diventa una definizione globale di sé.

A volte accade così rapidamente che quasi non ce ne accorgiamo.

Cosa può cambiare, concretamente?

Forse non serve aggiungere nuove prove alla lista delle ragioni per cui dovremmo valere. Se quella lista esiste già e non basta, continuare ad allungarla rischia di lasciare intatto il problema.

Può essere più utile cominciare a riconoscere le condizioni invisibili che abbiamo messo al nostro diritto di sentirci abbastanza.

Provare a completare, anche solo mentalmente, alcune frasi può essere sorprendente:

Posso sentirmi tranquillo con me stesso finché…

Se gli altri scoprissero che sono anche…, sarebbe difficile per me.

Quando sbaglio, la cosa che temo davvero è…

Per sentirmi una persona di valore ho bisogno di essere…

Non servono risposte perfette. Serve cominciare a vedere il contratto.

Poi c’è un secondo movimento, più difficile: fare qualche piccola esperienza in cui quel contratto non viene rispettato e osservare cosa succede.

Lasciare una cosa semplicemente “abbastanza buona”. Ricevere un complimento senza spiegare immediatamente perché non è del tutto meritato. Non correggere ogni impressione che qualcuno può avere di noi. Fare qualcosa in cui non siamo particolarmente bravi. Ammettere di avere bisogno.

Non perché queste azioni aumentino magicamente l’autostima.

Ma perché permettono di verificare, poco alla volta, una possibilità nuova: che il nostro valore possa sopravvivere anche quando non stiamo facendo nulla per dimostrarlo.

Diventare un po’ più grandi della propria immagine

Forse è questo il passaggio che mi interessa di più.

Una parte della sofferenza legata all’autostima nasce dal tentativo di coincidere sempre con una certa versione di noi: quella competente, generosa, forte, desiderabile, intelligente, indipendente.

Ma una persona è inevitabilmente più contraddittoria della propria migliore definizione.

Possiamo essere capaci e sbagliare. Generosi ed essere egoisti qualche volta. Forti e avere bisogno. Intelligenti e fare una scelta sciocca. Sicuri in un luogo e vulnerabili in un altro.

Forse diventare più solidi non significa eliminare queste contraddizioni.

Significa avere abbastanza spazio dentro di sé da contenerle.

E allora il contrario del sentirsi inadeguati non è necessariamente sentirsi eccezionali.

È poter essere, ogni tanto, semplicemente umani.

Forse una buona autostima comincia proprio lì: non quando riusciamo finalmente a raccogliere abbastanza prove del nostro valore, ma quando non abbiamo più bisogno di presentarle continuamente, nemmeno a noi stessi.

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“Non mi è successo niente di così grave”: quando il trauma è relazionale

by Romina Rubino 27/08/2026
written by Romina Rubino

“Però io ho avuto un’infanzia normale.”

È una frase che sento spesso in terapia.

Non ci sono abusi da raccontare. Nessun episodio terribile che abbia diviso la vita in un prima e un dopo.
I genitori c’erano, si occupavano delle cose importanti. Si andava a scuola, si facevano le vacanze, magari ci si voleva anche molto bene.

Poi, continuando a parlare, emergono altre cose.
Da bambino cercavi di capire dall’espressione di un genitore che aria tirava prima ancora di entrare in una stanza.
Quando eri triste preferivi non dirlo, perché c’erano già abbastanza problemi. Se qualcuno si arrabbiava con te, sentivi di aver fatto qualcosa di terribile.
Essere bravo, autonomo, poco impegnativo era diventato quasi naturale.

E allora arriva la domanda:

“Ma questo può davvero essere un trauma? Non mi è successo niente di così grave.”

A volte il punto è proprio qui.

Il trauma non ha sempre la forma di un evento

Quando pensiamo al trauma immaginiamo facilmente qualcosa che accade: un incidente, una violenza, una perdita improvvisa, una situazione in cui la paura è evidente.

Esistono però esperienze che non hanno un giorno preciso da segnare sul calendario. Prendono forma lentamente, dentro le relazioni. Non sempre attraverso ciò che qualcuno ha fatto. A volte anche attraverso ciò che, ripetutamente, non è potuto accadere.

Non essere consolati quando si aveva paura.
Non sapere quale versione dell’altro si sarebbe incontrata.

Sentire che alcune emozioni erano troppo, che certi bisogni creavano problemi, che per mantenere il legame fosse più sicuro adattarsi. Quando questo accade in modo ripetuto, soprattutto nelle relazioni da cui dipendiamo, può modificare profondamente il modo in cui impariamo a stare con noi stessi e con gli altri.

È in questo senso che parliamo di trauma relazionale.

A volte è più facile ricordare ciò che è successo che ciò che è mancato

C’è una particolare difficoltà nel riconoscere queste esperienze. Un’assenza non lascia sempre un’immagine.

È più facile ricordare una porta sbattuta che tutte le volte in cui nessuno si è accorto che avevi paura.
È più facile raccontare una lite che descrivere anni trascorsi a cercare di non disturbare.
E può essere ancora più difficile quando insieme alla sofferenza ci sono stati affetto, protezione, momenti belli.

Le storie non sono mai completamente buone o completamente cattive.

Si può essere stati amati e, allo stesso tempo, essere cresciuti in una relazione nella quale alcuni bisogni non trovavano spazio.
Si può comprendere profondamente la fragilità di un genitore e riconoscere comunque ciò che quella fragilità ha richiesto a noi.

Una cosa non cancella l’altra.

Come può manifestarsi un trauma relazionale da adulti?

Spesso non si presenta come un ricordo traumatico evidente. Può comparire invece nel modo in cui entriamo nelle relazioni.

Nell’accorgersi immediatamente di una minima variazione nel tono dell’altro.
Nel sentirsi responsabili del suo umore.
Nel disagio che arriva quando abbiamo bisogno di qualcosa.
Nella difficoltà a credere davvero che qualcuno possa restare anche quando siamo arrabbiati, fragili, delusi o semplicemente non accomodanti.

A volte compare nel corpo: una tensione improvvisa, un senso di allarme difficile da spiegare, il bisogno di allontanarsi o, al contrario, di ristabilire immediatamente il contatto.
Altre volte assume una forma quasi opposta: non sentire molto, cavarsela sempre da soli, accorgersi di avere avuto bisogno di qualcuno soltanto quando quel bisogno è ormai passato.

Non sono prove, prese singolarmente, dell’esistenza di un trauma. Sono esperienze che acquistano significato solo dentro una storia.

Non tutto è trauma

Credo sia importante dirlo.
Non ogni frustrazione infantile è traumatica. Nessun genitore può essere sempre disponibile, perfettamente sintonizzato o capace di rispondere a ogni bisogno.

Crescere significa anche incontrare limiti, incomprensioni e delusioni.
La questione non è cercare retrospettivamente ciò che i nostri genitori hanno “sbagliato”.

È chiedersi che cosa sia accaduto quando certe esperienze sono diventate ripetute, pervasive e difficili da elaborare senza l’aiuto di qualcuno.

E soprattutto: che cosa abbiamo dovuto imparare a fare per restare sufficientemente al sicuro dentro quelle relazioni?
Questa, nel lavoro sul trauma, è spesso una domanda molto più interessante di: “È stato abbastanza grave?”

Il bambino non pensa: “mi sto adattando”

Si adatta. Se l’ambiente è imprevedibile, diventa bravo a prevedere.
Se mostrare rabbia mette in pericolo il legame, può imparare a non sentirla.
Se essere vulnerabile non porta conforto, l’autonomia può diventare una necessità molto prima di essere una scelta.

Se l’amore sembra dipendere dall’essere bravi, utili o facili da gestire, quella può diventare la lingua attraverso cui si cerca valore anche molti anni dopo.

Queste risposte hanno spesso una loro intelligenza.
Non sono difetti di carattere.
Sono modi in cui mente, corpo e relazione hanno cercato una forma di equilibrio possibile.

E in terapia, da dove si comincia?

Non necessariamente dal cercare il trauma.
E certamente non dal convincere qualcuno che la propria infanzia sia stata peggiore di quanto pensasse.

A volte si comincia dal presente.
Da una reazione che sembra troppo intensa.
Da quel senso di colpa che arriva ogni volta che si mette un limite.
Dalla difficoltà a fidarsi proprio quando una relazione diventa importante.
Da un corpo che entra in allerta senza che la mente sappia ancora spiegare perché.

Nel lavoro terapeutico queste esperienze possono essere osservate con attenzione, senza forzarle dentro una spiegazione già pronta.

La relazione terapeutica permette spesso di vedere dal vivo qualcosa che nella storia è difficile raccontare: quanto sia complicato avere bisogno, lasciarsi aiutare, essere in disaccordo senza temere di perdere l’altro.

Quando sono presenti memorie traumatiche o risposte che continuano a riattivarsi nel presente, il lavoro può integrare anche strumenti specifici come l’EMDR, l’attenzione al corpo e il lavoro con le parti di sé.

Non per trovare a tutti i costi qualcosa di traumatico nel passato.
Ma per comprendere meglio ciò che nel presente continua a chiedere protezione.

Forse la domanda non è quanto sia stato grave

Molte persone arrivano a lungo a confrontare la propria storia con quella di qualcuno che ha sofferto di più.

“Non sono stato picchiato.”

“Non mi è mai mancato nulla.”

“I miei genitori hanno fatto del loro meglio.”

Tutto questo può essere vero. Ma il dolore non viene misurato per confronto.
E riconoscere ciò che ci è mancato non significa accusare qualcuno, né riscrivere la propria infanzia come se fosse stata soltanto dolorosa.
Significa poter guardare con più precisione ciò che abbiamo dovuto imparare molto presto.

Forse allora la domanda può cambiare. Non più:

“È successo qualcosa di abbastanza grave da poterlo chiamare trauma?”

Ma:

“Che cosa ho imparato sulle relazioni, su me stesso e sulla sicurezza mentre crescevo lì dentro?”

A volte è da questa domanda che una storia apparentemente “normale” comincia finalmente a raccontare anche ciò che, fino a quel momento, era rimasto senza parole.

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Capire tutto di sé e continuare a stare male: perché la consapevolezza non basta a cambiare

by Romina Rubino 26/08/2026
written by Romina Rubino

 

Sai che non hai bisogno di giustificarti.

Hai capito perché il giudizio degli altri ti mette così in difficoltà. Hai riconosciuto da dove arriva quel bisogno di spiegarti, rassicurare, controllare che nessuno sia arrabbiato con te.

Poi qualcuno cambia tono.

E ti ritrovi di nuovo a spiegarti.

È una delle esperienze più spiazzanti della consapevolezza: vedere con chiarezza da dove nasce qualcosa dentro di noi e accorgerci, subito dopo, che quella chiarezza non basta ancora a farlo andare via.

Perché capire non basta a cambiare?

Tendiamo a pensare che, una volta capito da dove nasce un comportamento, dovremmo riuscire semplicemente a smettere di metterlo in atto.

Ma molte delle cose che abbiamo imparato sulle relazioni non le abbiamo imparate attraverso un ragionamento.

Le abbiamo imparate vivendo.

Abbiamo imparato quanto possiamo chiedere, quando è meglio tacere, cosa può succedere se deludiamo qualcuno, quanto dobbiamo essere bravi per sentirci tranquilli e se mostrare un bisogno ci avvicina all’altro oppure rischia di allontanarlo.

Sono apprendimenti che diventano aspettative, modi di stare con gli altri, risposte che possono attivarsi molto rapidamente.

Per questo posso sapere perfettamente che oggi una situazione è diversa e, nello stesso momento, sentirmi come se non lo fosse affatto.

Perché continuiamo a ripetere gli stessi schemi?

Spesso ciò che oggi ci crea difficoltà non nasce come qualcosa di disfunzionale.

Può essere stato, in un certo momento della nostra storia, un modo intelligente di adattarci.

Essere molto attenti all’umore degli altri può averci aiutato in una relazione imprevedibile. Non chiedere troppo può aver protetto dal rifiuto. Fare sempre bene può averci dato una sensazione di sicurezza o di valore.

Il problema non è che abbiamo imparato quelle strategie.

È che a volte continuano ad attivarsi molto tempo dopo, anche quando la situazione è cambiata.

Così possiamo ripetere gli stessi schemi pur sapendo perfettamente di farlo.

Ed è proprio questo che spesso rende tutto ancora più frustrante: alla difficoltà iniziale si aggiunge il giudizio verso se stessi.

“Possibile che, dopo tutto quello che ho capito, io sia ancora qui?”

A volte anche capire può diventare una difesa

C’è poi qualcosa di più sottile.

A volte diventiamo molto bravi a comprenderci.

Riconosciamo gli schemi, ricostruiamo l’infanzia, sappiamo spiegare perché scegliamo certe relazioni. A volte sappiamo persino anticipare ciò che direbbe il terapeuta.

Eppure continuiamo a osservare noi stessi da una posizione leggermente esterna.

Sappiamo di avere paura, ma è più difficile accorgerci di cosa succede mentre quella paura arriva.

Sappiamo di cercare approvazione, ma è molto più difficile tollerare il momento in cui decidiamo di non cercarla.

Sappiamo che dovremmo mettere un confine, ma quando finalmente lo mettiamo ci sentiamo in colpa.

In questi casi la comprensione non è falsa né inutile.

Ma può diventare un modo molto sofisticato per mantenere una certa distanza da ciò che sentiamo.

Non si tratta allora di capire ancora meglio.

Si tratta di avvicinarsi a ciò che accade proprio nel momento in cui proviamo a fare qualcosa di diverso.

Il cambiamento non avviene soltanto attraverso le parole

Una psicoterapia può certamente aiutarci a dare significato alla nostra storia. Ma il lavoro non finisce necessariamente quando abbiamo trovato una spiegazione convincente.

Nella Psicoanalisi della Relazione, per esempio, alcuni modi di stare con l’altro possono diventare visibili mentre prendono forma nella relazione terapeutica.

A volte emergono nelle parole.

Altre volte in un silenzio che diventa improvvisamente difficile, nel bisogno di rassicurare l’altro, nella paura di deluderlo, nel corpo che si tende prima ancora di sapere perché.

Quando alcune reazioni sono legate a esperienze traumatiche, può essere utile lavorare anche sui modi in cui quelle esperienze continuano a riattivarsi nel presente, integrando quando necessario strumenti specifici come l’EMDR.

Il punto non è sostituire una spiegazione con una tecnica.

È permettere a qualcosa che conosciamo già mentalmente di diventare, progressivamente, anche un’esperienza diversa.

Mettere un confine e restare lì mentre arriva il senso di colpa.

Non riempire immediatamente un silenzio.

Chiedere qualcosa senza sapere quale sarà la risposta.

Smettere, almeno per un momento, di dimostrare il proprio valore.

È spesso in questi piccoli passaggi che cominciamo a scoprire che ciò che abbiamo sempre fatto non è l’unica possibilità.

Sapere da dove viene non significa che sia già finito

Forse quindi la domanda non è:

“Perché continuo a comportarmi così, se ho già capito tutto?”

A volte sappiamo già molto bene perché.

La domanda più interessante può diventare:

“Che cosa succede dentro di me quando provo davvero a fare diversamente?”

L’ansia che sale. Il senso di colpa. Il bisogno di tornare indietro. La sensazione di essere egoisti, freddi, sbagliati o semplicemente diversi da come ci siamo sempre conosciuti.

È proprio lì che possiamo incontrare ciò che fino a quel momento avevamo soprattutto compreso.

E, lentamente, un vecchio modo di proteggerci può smettere di essere l’unica possibilità.

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Psicoterapia in italiano all’estero: quale lingua parlano le emozioni?

by Romina Rubino 24/08/2026
written by Romina Rubino

 

Dopo alcuni anni all’estero può accadere qualcosa di difficile da descrivere: non ci si sente più del tutto stranieri, ma non si torna neppure a essere esattamente la persona che si era prima di partire.

Si costruisce una vita in un’altra lingua e, poco alla volta, quella lingua comincia a ospitare parti di noi. Diventa la lingua del lavoro, delle relazioni, della persona che abbiamo imparato a essere lontano da casa.

Poi ci sono momenti in cui le parole, pur essendo corrette, sembrano non arrivare fino in fondo. Oppure basta tornare all’italiano perché qualcosa cambi: un ricordo diventa più vicino, la voce rallenta, il corpo reagisce.

È da qui che può nascere il desiderio di una psicoterapia in italiano all’estero. Non soltanto dal bisogno di esprimersi con maggiore facilità, ma da una domanda più profonda: che cosa cambia dentro di noi quando cambia la lingua con cui raccontiamo la nostra storia?

Ogni lingua nasce dentro una relazione

La lingua non è soltanto lo strumento con cui descriviamo ciò che ci accade. È parte dell’esperienza stessa.

La lingua nella quale siamo cresciuti contiene le prime parole con cui siamo stati chiamati, consolati, rimproverati. È legata ai gesti, ai toni di voce e alle relazioni attraverso cui abbiamo imparato a comprendere noi stessi e gli altri.

Anche i ricordi possono risentirne. Le ricerche sulla memoria autobiografica nelle persone bilingui suggeriscono che la lingua utilizzata per ricordare possa influenzare ciò che emerge e il modo in cui viene vissuto emotivamente.

Non perché i ricordi siano conservati ordinatamente in una lingua o nell’altra, ma perché la lingua fa parte del contesto in cui un’esperienza ha preso forma. Una parola può quindi riportare con sé molto più del suo significato: un’atmosfera, una sensazione, il modo in cui ci siamo sentiti in presenza di qualcuno.

La lingua madre può avvicinare, ma non sempre

Parlare in italiano può permettere di ritrovare sfumature che nella seconda lingua rimangono meno definite. Alcune emozioni sembrano avere un peso diverso quando vengono nominate nella lingua in cui sono state vissute.

Ma sarebbe riduttivo considerare la lingua madre come quella più autentica e la seconda lingua come una semplice difesa.

L’italiano può essere la lingua dell’intimità e dell’appartenenza, ma anche quella delle aspettative familiari, della vergogna o di ciò da cui abbiamo avuto bisogno di allontanarci. L’inglese può farci sentire stranieri, ma può anche essere la lingua nella quale abbiamo imparato a mettere dei confini, a occupare uno spazio o a immaginare possibilità nuove.

Ogni lingua può avvicinare alcune parti dell’esperienza e mantenerne altre a distanza.

Quando la distanza protegge

La distanza emotiva offerta dalla seconda lingua non è necessariamente un ostacolo. A volte rende possibile parlare di qualcosa che, nella lingua madre, è ancora troppo vicino.

Dire I was frightened può essere più tollerabile che dire “avevo paura”. Non perché la frase inglese sia meno vera, ma perché permette di avvicinare l’esperienza senza esserne immediatamente travolti.

Questo è particolarmente importante quando si lavora con vissuti traumatici. Entrare rapidamente in contatto con emozioni molto intense non rende necessariamente il lavoro più profondo. Prima può essere necessario trovare una distanza che permetta di sentire, pensare e restare presenti nello stesso momento.

La protezione, quindi, non va eliminata automaticamente. Occorre comprenderne la funzione: da che cosa ci protegge, che cosa ci permette di esprimere e se è ancora necessaria nello stesso modo.

Vivere tra due lingue

Cambiare Paese non significa soltanto cambiare luogo. Cambiano i ruoli, le relazioni e il modo in cui ci percepiamo.

Possiamo sentirci più sicuri nella lingua della vita costruita all’estero e più vulnerabili quando torniamo a parlare italiano. Oppure possiamo avere la sensazione che una parte importante di noi rimanga invisibile quando cerchiamo di raccontarla in inglese.

Non significa che una versione sia vera e l’altra falsa. Le diverse lingue possono richiamare modi differenti di sentirci e di stare in relazione.

La vita migratoria ci chiede spesso di tenere insieme la persona che eravamo, quella che siamo diventati e quella che stiamo ancora cercando di conoscere. Non sempre queste parti riescono a incontrarsi, anche quando appartengono tutte alla stessa storia.

Quando la lingua cambia in terapia

Durante una terapia bilingue può accadere di passare spontaneamente da una lingua all’altra. Questo fenomeno viene chiamato code-switching.

Non ogni cambio di lingua possiede un significato nascosto. In alcuni momenti, però, il passaggio avviene proprio quando ci si avvicina a un ricordo, a un’emozione o a una relazione particolare.

Nel mio lavoro non considero questi cambi né errori da correggere né segnali da interpretare automaticamente. Possono diventare qualcosa da osservare insieme: che cosa è cambiato in quel momento? Una lingua ha reso l’esperienza più vicina? L’altra ha permesso di recuperare una distanza necessaria?

Anche il modo in cui una parola viene pronunciata, le pause e ciò che accade nel corpo possono aiutarci a comprendere il movimento tra vicinanza e protezione.

Condividere la lingua e alcuni riferimenti culturali può creare un senso immediato di familiarità. Ma non significa presumere che le stesse parole abbiano per tutti lo stesso significato. La relazione terapeutica si costruisce proprio nella possibilità di scoprirlo.

In quale lingua iniziare?

Non esiste una lingua migliore in assoluto per la terapia.

Per alcune persone è importante parlare in italiano. Altre si sentono inizialmente più libere in inglese. Altre ancora hanno bisogno di poter passare da una lingua all’altra, seguendo ciò che emerge.

Non è necessario scegliere prima di cominciare. La lingua più adatta può cambiare durante il percorso: una può aiutare ad avvicinare un’esperienza, l’altra a trovare lo spazio necessario per poterla pensare.

Una psicoterapia bilingue può accogliere questo movimento senza decidere quale lingua racconti la parte più vera di noi. Il lavoro consiste piuttosto nel comprendere ciò che ciascuna rende possibile e nel creare un luogo in cui le diverse parti della nostra esperienza possano finalmente incontrarsi.

Se vivi all’estero e desideri iniziare un percorso in italiano, o avere la possibilità di utilizzare anche l’inglese, puoi contattarmi per una call introduttiva gratuita di 10–15 minuti.

Per approfondire

  • Annette Byford, Lost and Gained in Translation: The Impact of Bilingual Clients’ Choice of Language in Psychotherapy, British Journal of Psychotherapy, 2015.

  • Daria Diakonova-Curtis, Bilingualism as a Tool in Psychotherapy, 2016.

  • Viorica Marian e Margarita Kaushanskaya, Words, Feelings, and Bilingualism: Cross-Linguistic Differences in Emotionality of Autobiographical Memories, The Mental Lexicon, 2008.

24/08/2026 0 comments
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Il ritmo del tempo

by Romina Rubino 03/06/2023
written by Romina Rubino

ABSTRACT:

Il tema del tempo ha attraversato come un filo rosso tutta la storia della conoscenza umana, continuando ad affascinare i pensatori di ogni epoca e ambito di studio. Dalla Filosofia alla Fisica, dalle Neuroscienze alla Psicoanalisi: chiunque si sia incuriosito della struttura dell’Universo e dell’essere umano ha incontrato ed è rimasto affascinato dai rintocchi del tempo.

Alla domanda: “Cos’è il tempo?” non credo esista un’unica risposta.
In linea con le ultime scoperte della Fisica quantistica infatti, credo che possa avere più senso pensare al tempo più che come una dimensione assoluta, come il prodotto di una serie di tempi: il ritmo di una musica che è il risultato del ritmo di strumenti diversi che si muovono in modi differenti eppure tutti sincronizzati, componendo un’unica sinfonia che è il tempo percepito da ciascun Io-Soggetto.

Il fisico Carlo Rovelli a proposito del tempo racconta come “Non solo non esiste un tempo comune a diversi luoghi, ma non esiste neppure un tempo unico in un singolo luogo. Una durata può solo essere associata a un movimento di qualcosa, a un percorso dato. Il “tempo proprio” non dipende solo da dove si è, dalla vicinanza o meno di masse, dipende anche dalla velocità a cui ci muoviamo.”

A partire dall’idea di Minolli per cui ogni Io-Soggetto è il risultato unico ed irripetibile di un intreccio tridimensionale di genetica, ambiente e cultura, vorrei esplorare il tempo come quarta dimensione che contribuisce e partecipa, insieme alle altre, alla configurazione di ciascun Io-Soggetto. In questa ipotesi, la dimensione temporale diventa uno degli elementi fondanti la configurazione, attraversando tutte le altre variabili: genetica, ambiente e cultura si muovono con un tempo proprio che influenza la configurazione dell’Io-Soggetto e ogni Io-Soggetto si sintonizza su quel ritmo a partire dalla propria configurazione.

In questo senso esistono forse tanti Tempi quanti Io-Soggetto nella storia dell’umanità e credo che come terapeuti siamo chiamati a sostenere il paziente nel poter cogliere all’interno della propria configurazione anche la dimensione temporale. Per poter partecipare alla danza terapeutica sintonizzandoci sul ritmo unico ed irripetible specifico di ogni terapia, credo sia importante poter riflettere su quali sono le dimensioni che contribuiscono a scandire quel ritmo.

In questo lavoro, attraverso la condivisione della mia esperienza personale e clinica, vorrei approfondire le mie riflessioni sugli aspetti principali che compongono la trama del tempo in una caleidoscopica esplorazione di come questa dimensione si può esprimere a livello genetico, ambientale e culturale imprimendo la sua particolare traccia nell’impronta digitale che è la configurazione dell’Io-Soggetto. 

Premessa 

Una cosa è il tempo con le sue molte determinazioni, 

altra è il semplice fatto che le cose non «sono»: accadono. 

Carlo Rovelli
in “L’ordine del tempo”

Prima di presentare il mio lavoro vorrei fare una premessa che ha a che fare con l’estrema fatica che incontriamo ogni volta che proviamo a riflettere sul tempo, o almeno con la fatica che ho incontrato io.

Mentre mi interrogavo sul tempo alla ricerca di risposte sulla sua natura, mi sono accorta che le domande cambiavano continuamente, in uno scenario paradossale in cui ogni volta che tentavo di fermare il tempo su questo foglio, mi rendevo conto che era già cambiato tutto e dovevo ricominciare daccapo. 

Ho scritto e riscritto questo mio lavoro numerose volte senza che possa ancora considerare di avere una versione definititiva, a cui ormai ho rinunciato. E penso che proprio qui risieda la fatica di occuparsi del tempo, cioè nella profonda trasfomazione di approccio a cui questo tema ci chiama: appena pensiamo di averlo catturato con una fotografia, il suo fluire trasforma di nuovo lo scenario, invitandoci a muoverci insieme a lui.

“Si tratta di tenere conto del fatto che un sistema, funzionando, si trasforma e che trasformandosi si modifica. Non si tratta di riflessività o di retroattività cibernetica (feedback), ma di considerare che ogni affermazione sull’essere umano si trasforma e non è quindi più la stessa nello stesso momento in cui viene affermata.” (Minolli)

E allora, quello che tenterò di fare nelle prossime pagine non è tanto di mostrarvi una fotografia del tempo, quanto un invito ad unirvi a me nel metterci in ascolto del suo ritmo.

Ma che significa cogliere il flusso del tempo? E perchè è così faticoso? 

Cogliere l’essenza del tempo per me significa avventurarsi lontano dal porto sicuro delle idee assolute e universali e procedere con un pensiero che si avvicina di più al misticismo orientale che, nelle parole di Lama Govinda, “consiste sopratutto nel girare intorno all’oggetto della contemplazione… un’impressione sfaccettata, cioè pluridimensionale che si forma dalla sovrapposizione di singole impressioni ottenute da punti di vista differenti.”

Il Tempo non esiste

“Per quanto tempo è per sempre?”
chiese Alice

“A volte solo un secondo”
rispose il Coniglio Bianco 

Lewis Carroll

in “Alice nel paese delle Meraviglie”

Un paio di anni fa nel mio giardino di Londra ho piantato -in perfetto stile british– 4 piante di rose. In quel momento mi fu detto che le rose hanno un tempo di assestamento di circa 2 anni da quando vengono piantate. 

Ricordo che mi affascinò scoprire che persino le piante, sistemi complessi eppure molto più semplici di un essere umano, avessero un loro tempo. 

Per questo nei successivi 2 anni le ho osservate con curiosità mentre si sviluppavano a partire da condizioni simili: stessa età, stesse condizioni metereologiche, stesso terreno.

Ciononostante ogni rosa nel suo processo di sviluppo sembrava seguire un ritmo diverso, il che mi è sembrato ancora più interessante: cioè non solo le piante di rose hanno un loro tempo, ma ogni rosa ha il suo tempo. 

Allora, ho pensato che se le piante hanno un proprio tempo ogni essere umano può avere un proprio ritmo, avere cioè un tempo soggettivo.

In accordo con Minolli, “L’lo-soggetto concreto che ha un nome e un cognome e che, oltre a essere uno, con più parti e in rapporto con l’ambiente, ha un suo particolare processo evolutivo specifico.” e – aggiugo- un suo tempo. 

Già i filosofi dell’antica Grecia avevano distinto almeno 2 parole per parlare del tempo: Chronos, un gigante terribile e potente che divora i propri figli, per indicare lo scorrere dei minuti e quindi la natura quantitativa del tempo. E Kairos, un giovanotto con le ali ai piedi sempre in movimento, per cogliere l’aspetto qualitativo, indeterminato, soggettivo del tempo.

Tentare di acciuffare Kairos, per definizione sempre in fuga, implica rinunciare alla seppur terribile stabilità di Chronos, rappresentante di un tempo assoluto e universale che scorre allo stesso modo per tutti.

Le equazioni della Fisica quantistica descrivono molto bene questo passaggio dove “la singola quantità «tempo» si frantuma in una ragnatela di tempi” e dove la visione monolitica della dimensione tempo si trasforma in uno sguardo caleidoscopico di tempi che evolvono uno rispetto all’altro. Per dirla con Carlo Rovelli: “Il mondo non è come un plotone che avanza al ritmo di un comandante. È una rete di eventi che si influenzano l’un l’altro. Così dipinge il tempo la teoria della relatività generale di Einstein. Le sue equazioni non hanno un tempo, ne hanno innumerevoli.” 

In questo senso il tempo, così come lo avevamo sempre conosciuto non esiste più.

Questo passaggio straordinario, doloroso, sconvolgente da una visione del tempo e del processo dell’io-soggetto come assoluta, lineare, universale, a uno sguardo specifico, irripetibile, soggettivo è stata la mia personale rivoluzione copernicana in ambito clinico. 

Lasciata alle spalle l’idea del tempo come coordinata assoluta e indipendente, si apre lo spazio per una nuona visione in cui “le coordinate spazio e tempo sono soltanto elementi di un linguaggio che viene usato da un osservatore per descrivere il suo ambiente”. M. Sachs 

Quindi ogni Io-soggetto è inserito in uno spazio-tempo specifico con il quale interagisce a partire dalla sua configurazione: ciascuno legge che ora è in modo soggettivo, a partire cioè dal suo orologio, che è un orologio simbolico con il quale misura, percepisce e attraverso cui interagisce con lo spazio-tempo in cui è inserito. 

Un’idea simile si trova nella Psicologia del Tempo, o Orientamento temporale ideata da Phil Zimbardo, che studiando la relazione che ciascuno di noi ha con il tempo, distingue dei Profili temporali che corrispondono ad uno specifico stile emotivo, cognitivo, motivazionale che hanno un impatto tanto sul piano comportamentale quanto sul vissuto esperienziale del soggetto. (Stolarski et. al. 2014; Zimbardo e Boyd, 2008)

Un approccio interessante che, al di là delle categorie, mi sembra apra la strada all’esplorazione della visione soggettiva del tempo di ciascuno di noi.

Potremmo dire che ogni Io-soggetto suona una melodia unica ed irripetibile, come un’orchestra in cui i diversi strumenti si armonizzano per confluire in una sinfonia che è la musica di ciascuno di noi. In questo senso credo che il processo terapeutico consista nel sedersi, insieme al paziente, mettendoci in ascolto profondo di questa sinfonia, assistere cioè, insieme, al suo concerto. 

Ma per poterci immergere nel ritmo della musica di ogni Io-soggetto ed imparare ad apprezzarne insieme a lui tutte le sfumature, credo possa essere utile soffermarsi singolarmente sugli strumenti principali che la compongono che sono: ambiente, genetica e cultura per esplorarne da vicino il ritmo che contribuisce a comporre la dimensione temporale soggettiva.

1. Il tempo dell’Ambiente 

Il tempo viaggia in posti diversi con persone diverse.

Ti dirò con chi il tempo va all’ambio, con chi al trotto,
con chi al galoppo, e con chi sta fermo.

William Shakespeare
in “Come vi piace”, Atto III, Scena II

Il tempo cambia a seconda dei luoghi. L’ho imparato grazie alle sedute online quando cerco di accordarmi con i miei pazienti spesso sparsi per tutto il mondo. Gli scambi avvengono più o meno così:
“Che ora è da te?”
“Ci vediamo alle mie 10.00 che sono le tue 11.00”

Capra, in Il Tao della fisica spiega che “Lo spazio è curvo in misura diversa e il tempo scorre diversamente in punti diversi dell’universo. Siamo quindi giunti a comprendere che le idee di spazio euclideo tridimensionale e di tempo che scorre linearmente sono limitate alla nostra esperienza ordinaria del mondo fisico e devono essere completamente abbandonate quando ampliamo la nostra esperienza.” 

Ma se Chronos si muove diversamente a seconda dei luoghi, che cosa accade a Kairos?
E cioè, che rapporto c’è tra il tempo soggettivo e il tempo del luogo in cui l’Io-soggetto si muove?

Esplorare le possibili risposte a queste domande significa cogliere ad un nuovo livello il senso di quel “che ora è da te?”, dove “da te” può diventare una richiesta di sintonizzarsi sul ritmo soggettivo dell’altro. 

Ma per spiegare meglio cosa intendo quando mi riferisco al tempo dell’ambiente vi accompagno nella metro di Londra nell’ora di punta a fare un’esperienza che ho scoperto essere molto comune anche tra i miei pazienti. Attenzione, perchè ci sarà un po’ di traffico.

Appena arrivata alla mia fermata, scendo e mi infilo spedita nel labirinto tra i corridoii sotterranei e le scale mobili. Un fiume di gente, ordinato e silezioso, scorre veloce accanto a me. Si crea un’atmosfera particolare: ci sono centinaia di persone, nessuno parla, c’è un silenzio etereo e si sente solo un ritmo incalzante creato dai passi svelti della gente che è lì. Mi sento quasi ipnotizzata, catturata da questo ritmo che sembra accelerare sempre più, finchè non mi fermo e mi accorgo che, nonostante non abbia alcun impegno urgente, sto correndo. 

E allora mi sono chiesta: è la città che corre, o sono io che sto correndo dietro alla città? 

All’epoca non capivo ancora il senso di quella domanda che era fiorita spontaneamente dentro di me. Tutto ciò che so è che quel momento mi aveva conficcato nel cuore un “perché?”.

Basta spostarsi in un paesino del sud Italia per vivere un ritmo completamente diverso che si muove sul rintocco lento delle campane della piazza, dove gli anni passano ma tutto sembra ripetersi, nello scandirsi di un tempo sincopato che sembra sempre uguale a se stesso.
Di contro, la percezione diffusa del tempo londinese è di un “tempo accelerato”. D’altronde il tempo a Londra resta il bene più prezioso e se volete vedere un inglese arrabbiarsi provate a fargli perdere tempo, magari stando fermi sul lato sinistro delle scale mobili (perchè quì si corre anche mentre il pavimento sotto di te è già in movimento). 

Insomma, al di là dei fusi orari, mi sembra che anche i luoghi possano avere un ritmo specifico con cui il soggetto interagisce a partire da se stesso e quindi a partire anche dal proprio tempo soggettivo. 

Per questo a volte i luoghi si prestano come situazioni perfette a cui delegare la nostra fatica di trovare il nostro tempo. Come un mio paziente che, esasperato dal ritmo insostenibile per lui di questa città, mi ha raccontato entusiasta, al ritorno dalle ferie, di come sia stato bene in un’isola della Grecia dove “ho finalmente trovato il posto dove c’è il tempo giusto per me”. I motivi per cui non riesca a vivere il ritmo dell’isoletta greca a Londra sono ancora oggetto delle nostre sedute, nel tentativo di cogliere il suo attribuire alla città ciò che, invece, è dentro di sè.

In questo senso “la delega non può essere una soluzione, ma solo un momento del processo del soggetto. Fare i conti con la delega è una possibilità che l’essere umano possiede. Si tratta di una qualità con cui, nel riconoscimento della propria storia e della tendenza a sentirsi esistente, il soggetto può darsi una propria consistenza.” (Minolli)

Quindi, cosa ce ne facciamo dei tempi di una città credo che abbia a che fare sia con la configurazione che con la creatività di ciascuno di noi e che parte del processo terapeutico consista proprio nel cogliere assieme al paziente questi aspetti. Fermarsi e chiedersi, cioè: “Che ora è per  te in questo momento?” 

Penso che come terapeuti, per poterci sintonizzare sul ritmo dell’altro, dobbiamo prima imparare a conoscere il nostro ritmo, esplorare cioè il nostro tempo soggettivo. È solo a partire dalla conoscenza profonda del nostro tempo che possiamo accompagnare l’altro a mettersi in ascolto del suo ritmo.  

2. Il tempo Biologico o Genetico 

«Qual è l’animale che 

di mattina cammina a quattro zampe, 

a mezzogiorno con due 

e alla sera con tre?»

L’enigma della Sfinge

La risposta all’enigma più antico che conosciamo, cioè quello della Sfinge è: l’uomo.
L’essere umano attraversa la vita gattonando incerto, a quattro zampe, quando è piccolo, con passo veloce e deciso, su due gambe, quando è adulto e con un lento incedere, appoggiandosi ad un bastone, quando è anziano.

Le fasi di vita che attraversiamo assomigliano un po’ ad un fiume le cui acque non scorrono mai allo stesso modo lungo tutto il percorso, ma con ritmi differenti a seconda del terreno, della sua pendenza, della stagione e delle condizioni del fondale. 

Così anche l’esistenza dell’essere umano è scandita da ritmi diversi che cambiano a seconda della fase di vita che stiamo attraversando: il tempo di un ventenne non può essere lo stesso tempo di un ottantenne. Ma in che modo il tempo biologico-genetico incide sul tempo soggettivo?  

Eraclito dice che “Nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume, perché il fiume non è mai lo stesso, ed egli non è lo stesso uomo.” 

Allora mi sono chiesta in che rapporto si trovano il divenire di ogni uomo e quello del fiume?

Non solo le stagioni della vita, ma anche gli eventi che possono far parte del processo dell’essere umano come l’innamoramento, la maternità, la malattia (per citarne alcuni) ci pongono di fronte alla possibilità di un cambio di ritmo. Ogni Io-soggetto può riorganizzare il proprio tempo soggettivo anche a partire da questi eventi e dalla fase di vita in cui si trova in una circolarità di trasformazioni temporali reciproche. 

Di fronte alla scoperta di una malattia grave c’è chi rallenta e chi prende la rincorsa per andare ancora più veloce, perchè l’effetto che un determinato evento può avere sul ritmo dell’Io-soggetto è sempre specifico e legato all’unicità di quel soggetto in quel momento.

E quindi più che chiederci che succede ad un uomo quando entra in un fiume, forse ha più senso chiederci cosa accade a quell’uomo che entra in quello specifico fiume. 

Kairos con le ali ai piedi, corre veloce sul confine tra pericolo e opportunità, per questo è spesso annunciato da una crisi, che diventa la possibilità di partecipare ad una nuova creazione che colma lo strappo tra un vecchio ed un nuovo modo di essere, segnando il passaggio ad un ritmo inedito.  

3. Il tempo della Cultura

Cosa misteriosa il tempo: potente e,
quando ci s’intromette, 

pericolosa.


Albus Silente in 

“Harry Potter e il prigioniero di Azkaban”

Anche la cultura ha un suo ritmo. Non a caso diciamo ‘il nostro Tempo” per indicare l’epoca storica in cui viviamo. Il tempo in cui nasciamo dice qualcosa di noi ed inevitabilmente diventa uno degli elementi che dobbiamo tenere in considerazione nel sintonizzarci sul nostro ritmo.

Nel suo libro “La Psicologia dei soldi” Morgan Housel racconta come anche quando parliamo di investimenti economici e decisioni d’affari le nostre scelte sono tutt’altro che razionalmente calcolate, quanto invece, inestricabilmente legate alla nostra storia personale e alla visione del mondo propria di ciascuno. 

Secondo Housel il modo in cui investiamo i nostri soldi è fortemente correlato (tra altri elementi) alla situazione economica del periodo storico in cui siamo cresciuti: così, chi è cresciuto in un periodo di boom del mercato immobiliare avrà una forte tendenza a considerare quell’investimento il più redditizio. 

Se questo è vero per gli investimenti economici, forse la stessa cosa vale per il ritmo del tempo in cui nasciamo e cresciamo. Infatti, a prescindere dalle singole culture, le cui differenze sembrano sempre più sbiadite in un mondo globalizzato, viviamo in un tempo che definirei del Bianconiglio. Un tempo di mitizzazione della velocità, dal ritmo incalzante, al suono di “Presto! che è tardi!”.

A questo, forse, possiamo ascrivere lo spopolare di testi e tecniche che promettono di  “massimizzare il proprio potenziale”. Uno tra tutti il famoso libro dal titolo: “Limitless. Tutto è possibile! Apri la mente, impara velocemente e vivi senza limiti” nel quale l’autore Jim Kwik, brain coach delle celebrità, è uno dei tantissimi che propone strategie pratiche per produrre cambiamenti radicali attraverso l’apprendimento rapido e uno sviluppo veloce di competenze.

Tutto questo avrà forse a che fare con il fatto che molti dei miei giovani pazienti mi raccontano che soffrono perchè si sentono lenti? E quando rispondo chiedendo: “lento rispetto a cosa?” la risposta è fulminea: “ rispetto alla società”. 

Se l’ossessione del nostro Tempo è non sprecare il tempo, la compulsione che l’accompagna è abbuffare il proprio tempo di esperienze. Cioè, per dirlo con le parole dei miei pazienti: “Dottoressa, ho la FOMO!”, acronimo inglese che sta per Fear of Missing Out, ovvero “paura di rimanere escluso” che si esprime attraverso “un pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che stiamo facendo noi. E che ci stiamo perdendo qualcosa.” (Treccani)

 “Il benessere materiale aumenta, i consumi imperversano, ma la gioia di vivere non segue lo stesso ritmo, l’individuo iper-moderno perde in leggerezza di vivere quello che guadagna in rapidità operativa, in conforto, in allungamento del tempo di vita”. Lipovetsky (2004, p. 119)

Anche l’angoscia diffusa di sprecare tempo, di essere lenti, di perdersi le esperienze però, penso possa acquisire un senso se letta come un passaggio del processo dell’io-soggetto in un costante movimento dialettico tra delega e ritorno a sè. In un viaggio esistenziale a quattro zampe prima, su due gambe poi, appoggiandosi ad un bastone verso la fine in cui ciascuno di noi procede, come può, nel suo flusso tra essere e divenire.

I rintocchi del tempo

“L’uomo assomiglia ai suoi tempi 

più di quanto assomigli a suo padre.” 

Guy Bebord 

Credo che gran parte della sofferenza a cui assistiamo nei nostri studi e nelle nostre vite abbia a che fare con il tempo, in particolare con la fatica che caratterizza l’essere umano a stare al passo con il suo fluire. 

Soffrire significa avere profondamente a che fare con la rigidità con cui spesso ci aggrappiamo ad alcune fasi della vita, con l’ostinazione con cui cerchiamo di rimanere attaccati ad un determinato tempo.

Sembra che sia più facile pensare di poter fermare il grande pendolo cosmico che unirsi al suo movimento, forse perchè occuparsi del tempo significa pensare alla morte.

A questo proposito vorrei raccontare una breve storia che parla di un uomo che, rincorso da una tigre, giunge davanti ad un precipizio e vi si cala, aggrappato ad una radice. Mentre la tigre lo fiuta dall’alto, volge il suo sguardo tremante verso il basso dove scorge una seconda tigre pronta a divorarlo. In quel momento l’uomo nota accanto a sè una piccola fragola. Con l’altra mano la coglie e assapora la sua dolcezza.

Sospesi in un dirupo, attanagliati tra il tempo della nostra nascita e quello della nostra morte, abbiamo l’occasione di cogliere il senso più profondo della nostra esistenza. 

È solo quando ci permettiamo di guardare negli occhi le due tigri, toccando il nostro limite ultimo, che è quello del tempo, che possiamo andare oltre le rigidità che pure ci appartengono e imparare a scorrere, per scoprire che l’essere umano non entra nel flusso del divenire ma è quel flusso.

Questo articolo è stato pubblicato negli atti del convegno:
“ANDARE AVANTI” IL TEMPO NEL PROCESSO DELL’ESSERE E DIVENIRE DELL’IO-SOGGETTO

organizzato da SIPRe (Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione)

Bibliografia:

Govinda A. , Logic and Symbol in the Multi-Dimensional Conception of the Universe, in “Many Currents”, XXV (1969), p. 60.

Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Kairos

“Chronos time will eat us alive if we do not constantly keep track of it and try to control it” – https://dobetter.esade.edu/en/time-kronos-kairos

Rovelli C. –  L’ordine del tempo (Opere di Carlo Rovelli Vol. 2)

Sachs M., Space Time and Elementary Interaction in Relativity, in “Psysics Today”, XXII (1969), p. 53 

Capra F., Il Tao della Fisica 

Housel M., La psicologia dei soldi: Lezioni senza tempo sulla ricchezza, l’avidità e la felicità. 

Kwik J., Limitless. Tutto è possibile! Apri la mente, impara velocemente e vivi senza limiti.

https://www.treccani.it/vocabolario/fomo_%28Neologismi%29/

Reps P., Senzaki N., 101 Storie Zen 

Zimbardo P., The time paradox

Michele M., Essere e divenire

03/06/2023 0 comments
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Nessuno è te e questo è il tuo potere

by Romina Rubino 16/02/2022
written by Romina Rubino

Quando arriva un nuovo paziente di solito la prima domanda che fa è di essere trasformato in qualcosa di diverso da ciò che è: chi è ansioso vuole diventare calmo, chi si sente debole si desidera forte, chi è spaventato vuole trovare il coraggio.

Si tratta di un’idea che spesso deriva dal paragonarci continuamente agli altri, un’abitudine che ci spinge a pensare non solo che la vita degli altri è sempre migliore della nostra, ma che ci fa perdere in un’immagine idealizzata dell’Altro che, diversamente da noi, sarebbe così sempre felice, riuscendo ad evitare la sofferenza.
Così ci convinciamo che se riusciamo ad assomigliare un po’ di più a quel personaggio famoso o a quell’amico popolare sempre di buonumore allora saremo finalmente felici.

All’inizio del percorso le aspettative di trasformazione sono spesso molto alte e sono accompagnate da una bassa autostima: dalla convinzione cioè, che se soffriamo è perché ci manca qualcosa che speriamo il terapeuta possa fornirci, guarendoci.

C’è un momento però in cui smettiamo di desiderarci diversi e iniziamo a valorizzare chi siamo con i nostri limiti e le nostre risorse. É quello il momento in cui inizia un lavoro più profondo, in cui siamo grati per la nostra storia, per quanto difficile possa essere stata, perché è anche grazie al dolore che abbiamo vissuto che oggi siamo noi stessi.

Realizziamo che i nostri limiti fanno parte di noi e che non abbiamo bisogno di liberarcene per andare bene.
Smettiamo di pensare che dobbiamo cambiare il nostro corpo, che dobbiamo deformarci fino a diventare irriconoscibili ed estranei a noi stessi e iniziamo ad amarci per ciò che siamo oggi, con tutti i nostri “difetti”.

Non abbiamo bisogno di essere qualcun altro per essere amati, abbiamo bisogno solo di sintonizzarci con noi stessi e di iniziare ad amarci per primi con tutte le nostre cicatrici.

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Paragonarsi agli altri

by Romina Rubino 16/02/2022
written by Romina Rubino

Paragonarci agli altri è uno degli atteggiamenti più diffusi con cui spesso ci autosabotiamo.

La cultura in cui viviamo ci spinge più che in passato a paragonarci agli altri. Attraverso i social siamo continuamente esposti alle immagini (apparentemente) felici degli altri e finiamo per pensare di essere gli unici a soffrire, sentendoci sempre più soli.

Alla base di questa tendenza di paragonarci agli altri c’è un meccanismo evoluzionistico che affonda le sue radici nell’infanzia: quando siamo piccoli infatti impariamo a stare al mondo attraverso l’imitazione delle figure di riferimento. Una volta che diventiamo adulti però, facciamo fatica a pensare a noi stessi come soggetti unici e irripetibili e continuiamo a confrontare il nostro percorso con quello degli altri nel tentativo inconscio di sentirci parte della società.

Quando questo tipo di atteggiamento assume le sue forme più estreme finiamo per pagare un prezzo molto alto: non riusciamo a percepire e a godere delle tante ricchezze che abbiamo perché nel frattempo il nostro sguardo è rivolto alle ricchezze degli altri e ci perdiamo in un vortice fatto di bassa autostima e invidia.

Ciascuno ha il proprio percorso, la propria storia, tempi e risorse diversi e pensare di potersi confrontare con i percorsi degli altri non solo non ci aiuta, ma non è possibile!

In questo video approfondiamo insieme:

👉🏻perché non ha senso paragonare la propria vita a quella degli altri da dove nasce questo atteggiamento
👉🏻come riconoscere quando accade e cosa fare quando ce ne rendiamo conto

🌻Ti è mai capitato di fare paragoni? Senti che è un qualcosa che ti aiuta?

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Di coccinelle e larve interiori

by Romina Rubino 16/02/2022
written by Romina Rubino

La settimana scorsa ho fatto una cosa che non avrei mai pensato di fare: ho comprato delle coccinelle!

Quando uno degli alberi del giardino è stato infestato da strani insetti neri, il mio primo istinto era di cercare di liberarmene il prima possibile. Ero spaventata, perché non li avevo mai visti e sentivo un forte senso di invasione.

La soluzione più semplice sarebbe stata comprare un veleno e superare velocemente il problema.
Ho deciso però di fermarmi e fare qualche ricerca, ho pensato che valesse la pena provare a capire ed è così che ho scoperto che una soluzione diversa esiste e sono proprio le coccinelle, che si nutrono delle larve di altri insetti parassiti proteggendo i giardini.

Mentre liberavo le coccinelle che mi sono arrivate per posta il giorno dopo (!) mi sono fermata a riflettere su come quando ci muoviamo spinti dalla paura finiamo per liberarci frettolosamente da situazioni che invece potrebbero rivelarsi preziosi momenti di crescita.

Se ci fermiamo a riflettere e ci incuriosiamo delle nostre “larve interiori”, forse possiamo scoprire che invece, possono diventare utili alleati e aiutarci a mantenere rigogliosi i nostri giardini interni.

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London lifeUncategorized

Un raggio di sole a Londra

by Romina Rubino 01/06/2021
written by Romina Rubino

Essere italiani a Londra significa tante cose difficili da spiegare, una di queste è sicuramente imparare ad apprezzare una giornata di sole. 

Spesso sento dire che Londra è una città grigia, io penso invece che sia una buona maestra: non ti regala niente, a volte sembra ti stia privando delle cose più importanti e invece ti guida solo verso i tuoi desideri, ti spinge a capire quanto fortemente vuoi ciò che dici di voler raggiungere. 

Se oggi ho fatto di tutto per godermi qualche ora di sole è perché ho imparato ad apprezzarne il valore: ho imparato che prendersi cura di sé significa anche lasciarsi dietro le strade a volte troppo trafficate del fare e semplicemente stare. 

Sembra semplice e invece ci vuole coraggio, è forse l’obiettivo ultimo e più difficile di una terapia: saper stare in compagnia di se stessi, delle proprie parti più fragili, di quegli aspetti di noi che proprio non sopportiamo. Significa resistere alla tentazione di cambiarle, rinunciare al desiderio di essere sempre qualcosa di diverso da ciò che siamo. 

Oggi mi sono fermata e ho vissuto.

Quante cose si possono imparare da un solo raggio di sole…

01/06/2021 0 comments
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Romina Rubino — Psicoterapeuta psicoanalista
Psicoterapia individuale e terapia di coppia a Londra e online
Membro di BACP · IARPP · EMDR UK & Ireland · SIPRe

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